Traduzione di Paragrafo 46, Libro 6 di Tacito

Versione originale in latino


Gnarum hoc principi, eoque dubitavit de tradenda re publica, primum inter nepotes, quorum Druso genitus sanguine et caritate propior, sed nondum pubertatem ingressus, Germanici filio robur iuventae, vulgi studia, eaque apud avum odii causa. Etiam de Claudio agitanti, quod is composita aetate bonarum artium cupiens erat, imminuta mens eius obstitit. Sin extra domum successor quaereretur, ne memoria Augusti, ne nomen Caesarum in ludibria et contumelias verterent metuebat: quippe illi non perinde curae gratia praesentium quam in posteros ambitio. Mox incertus animi, fesso corpore consilium cui impar erat fato permisit, iactis tamen vocibus per quas intellegeretur providus futurorum; namque Macroni non abdita ambage occidentem ab eo deseri, orientem spectari exprobravit, et G. Caesari, forte orto sermone L. Sullam inridenti, omnia Sullae vitia et nullam eiusdem virtutem habiturum praedixit. Simul crebris cum lacrimis minorem ex nepotibus complexus, truci alterius vultu, 'occides hunc tu' inquit 'et te alius.' sed gravescente valetudine nihil e libidinibus omittebat, in patientia firmitudinem simulans solitusque eludere medicorum artes atque eos qui post tricesimum aetatis annum ad internoscenda corpori suo utilia vel noxia alieni consilii indigerent.

Traduzione all'italiano


Ben lo sapeva il principe ed era perplesso sulla successione al potere. Pensava, innanzi tutto, ai nipoti: al figlio di Druso, a lui più vicino per sangue e affetto ma non ancora giunto a pubertà; al figlio di Germanico, nel fiore della giovinezza, amato dal popolo e, per questo, inviso al nonno. Pensò anche a Claudio, uomo maturo e dedito agli studi, ma si opponeva la sua scarsa vivacità mentale. A cercare un successore fuori dalla famiglia, nasceva il timore di esporre la memoria di Augusto e il nome dei Cesari a scherno e umiliazione, perché Tiberio non puntava tanto alla popolarità presso i contemporanei quanto alla fama tra i posteri. Ma poi, in preda all'incertezza e logorato nel fisico, affidò al destino quella scelta, di cui non si sentiva capace. Lasciò cadere solo qualche frase, da cui si capisse che sapeva prevedere il futuro. Infatti, con allusione esplicita, rimproverò Macrone di abbandonare l'astro al tramonto per volgersi a quello nascente; a Gaio Cesare, che rideva di Lucio Silla, su cui era caduto il discorso, predisse che avrebbe avuto tutti i vizi di Silla e nessuno dei suoi pregi. Ancora, mentre abbracciava, tra molte lacrime, il più piccolo dei nipoti, di fronte allo sguardo truce dell'altro, gli disse: "Tu lo ucciderai, e un altro ucciderà te." Pur peggiorando lo stato di salute, non rinunciava ad alcuno dei suoi viziosi piaceri, simulando fermezza nella sofferenza e ironico, al suo solito, sulle arti dei medici e su quanti, dopo i trent'anni, hanno bisogno dell'altrui consiglio, per distinguere ciò che è utile o dannoso al proprio corpo.