Traduzione di Paragrafo 45, Libro 6 di Tacito

Versione originale in latino


Idem annus gravi igne urbem adficit, deusta parte circi quae Aventino contigua, ipsoque Aventino; quod damnum Caesar ad gloriam vertit exolutis domuum et insularum pretiis. Milies sestertium in munificentia conlocatum, tanto acceptius in vulgum, quanto modicus privatis aedificationibus ne publice quidem nisi duo opera struxit, templum Augusto et scaenam Pompeiani theatri; eaque perfecta, contemptu ambitionis an per senectutem, haud dedicavit. Sed aestimando cuiusque detrimento quattuor progeneri Caesaris, Cn. Domitius, Cassius Longinus, M. Vinicius, Rubellius Blandus delecti additusque nominatione consulum P. Petronius. Et pro ingenio cuiusque quaesiti decretique in principem honores; quos omiserit receperitve in incerto fuit ob propinquum vitae finem. Neque enim multo post supremi Tiberio consules, Cn. Acerronius C. Pontius, magistratum occepere, nimia iam potentia Macronis, qui gratiam G. Caesaris numquam sibi neglectam acrius in dies fovebat impuleratque post mortem Claudiae, quam nuptam ei rettuli, uxorem suam Enniam imitando amorem iuvenem inlicere pactoque matrimonii vincire, nihil abnuentem, dum dominationis apisceretur; nam etsi commotus ingenio simulationum tamen falsa in sinu avi perdidicerat.

Traduzione all'italiano


Quello stesso anno vide la città devastata da un incendio terribile, che consumò la parte del circo contigua all'Aventino e lo stesso Aventino: disastro che Tiberio volse a sua gloria, per aver rimborsato il valore dei palazzi e degli isolati in affitto. Quella munificenza, che comportò un esborso di cento milioni di sesterzi, incontrò tanto più il favore popolare, perché Tiberio, parsimonioso nell'edificare sue dimore, costruì solo due opere pubbliche, il tempio di Augusto e la scena del teatro di Pompeo; e, a costruzione ultimata, o per disdegno di popolarità o per vecchiaia, non li inaugurò. Per la stima dei danni subiti da ciascuno, furono scelti quattro progeneri di Cesare, Gneo Domizio, Cassio Longino, Marco Vinicio, Rubellio Blando, cui venne aggiunto, di nomina consolare, Publio Petronio. E, secondo l'inventiva di ciascuno, si escogitarono e votarono onoranze varie al principe. Quali abbia lasciato cadere e quali invece accettato, non si è saputo con certezza, perché la sua fine era ormai prossima. [37 d.C.]. Non molto dopo, infatti, entrarono in carica gli ultimi consoli sotto Tiberio, Gneo Acerronio e Gaio Ponzio, in pieno strapotere di Macrone, ancor più intento ad accattivarsi di giorno in giorno le simpatie di Gaio Cesare, da sempre coltivate. E dopo la morte di Claudia, che già ho ricordato essere stata sua sposa, Macrone aveva indotto la propria moglie Ennia a sedurre con finto amore e a legare a sé con promesse di matrimonio quel giovane che nulla rifiutava, pur di arrivare al potere. Infatti, benché impulsivo, aveva appreso, sulle ginocchia del nonno, il falso gioco della simulazione.