Traduzione di Paragrafo 40, Libro 6 di Tacito

Versione originale in latino


Quintus Plautius Sex. Papinius consules sequuntur. Eo anno neque quod L. Aruseius * * * morte adfecti forent, adsuetudine malorum ut atrox advertebatur, sed exterruit quod Vibulenus Agrippa eques Romanus, cum perorassent accusatores, in ipsa curia depromptum sinu venenum hausit prolapsusque ac moribundus festinatis lictorum manibus in carcerem raptus est faucesque iam exanimis laqueo vexatae. Ne Tigranes quidem, Armenia quondam potitus ac tunc reus, nomine regio supplicia civium effugit. At C. Galba consularis et duo Blaesi voluntario exitu cecidere, Galba tristibus Caesaris litteris provinciam sortiri prohibitus: Blaesis sacerdotia, integra eorum domo destinata, convulsa distulerat, tunc ut vacua contulit in alios; quod signum mortis intellexere et executi sunt. Et Aemilia Lepida, quam iuveni Druso nuptam rettuli, crebris criminibus maritum insectata, quamquam intestabilis, tamen impunita agebat, dum superfuit pater Lepidus: post a delatoribus corripitur ob servum adulterum, nec dubitabatur de flagitio: ergo omissa defensione finem vitae sibi posuit.

Traduzione all'italiano


[36 d.C.]. Seguì il consolato di Quinto Plauzio e Sesto Papinio. In quell'anno, né ‹il rientro di› Lucio Aruseio ‹dall'esilio› né la condanna a morte ‹di molte persone, per sua colpa›, vennero percepiti, data l'assuefazione ai mali, come evento particolarmente perverso; ciò che invece destò impressione fu quando il cavaliere romano Vibuleno Agrippa, dopo la requisitoria degli accusatori, in pieno senato, trasse dalla veste un veleno e lo bevve. Scivolato a terra e agonizzante, venne afferrato di furia dai littori e trascinato in carcere, dove sulla sua gola già esanime fu stretto il laccio. Neppure il titolo di re poté evitare a Tigrane, in passato signore dell'Armenia e allora sotto giudizio davanti a noi, il supplizio dei cittadini comuni. Si diedero ancora morte volontaria il consolare Gaio Galba e due Blesi: Galba per il divieto oppostogli da Cesare, tramite una lettera ostile, all'assegnazione, per sorteggio, di una provincia; quanto ai Blesi, le cariche sacerdotali, appannaggio tradizionale della loro famiglia in tempi di floridezza, erano state differite da Tiberio a causa del decadimento dei Blesi; poi, come vacanti, erano state assegnate ad altri: il gesto fu interpretato come un segno di morte, e di qui il suicidio. Emilia Lepida, che già ho ricordato sposa al giovane Druso e persecutrice del marito, con una lunga serie di accuse, poté, per quanto detestata, cavarsela senza danni, finché visse il padre Lepido; ma poi fu preda dei delatori per l'adulterio con uno schiavo; e sull'inammissibile comportamento non c'erano dubbi. Rinunciò pertanto alla difesa e pose fine alla sua vita.