Traduzione di Paragrafo 31, Libro 6 di Tacito

Versione originale in latino


C. Cestio M. Servilio consulibus nobiles Parthi in urbem venere, ignaro rege Artabano. Is metu Germanici fidus Romanis, aequabilis in suos, mox superbiam in nos, saevitiam in popularis sumpsit, fretus bellis quae secunda adversum circumiectas nationes exercuerat, et senectutem Tiberii ut inermem despiciens avidusque Armeniae, cui defuncto rege Artaxia Arsacen liberorum suorum veterrimum imposuit, addita contumelia et missis qui gazam a Vonone relictam in Syria Ciliciaque reposcerent; simul veteres Persarum ac Macedonum terminos seque invasurum possessa Cyro et post Alexandro per vaniloquentiam ac minas iaciebat. Sed Parthis mittendi secretos nuntios validissimus auctor fuit Sinnaces, insigni familia ac perinde opibus, et proximus huic Abdus ademptae virilitatis. Non despectum id apud barbaros ultroque potentiam habet. Ii adscitis et aliis primoribus, quia neminem gentis Arsacidarum summae rei imponere poterant, interfectis ab Artabano plerisque aut nondum adultis, Phraaten regis Phraatis filium Roma poscebant: nomine tantum et auctore opus [ut] sponte Caesaris ut genus Arsacis ripam apud Euphratis cerneretur.

Traduzione all'italiano


[35 d.C]. Nell'anno del consolato di Gaio Sestio e Marco Servilio, giunsero a Roma alcuni nobili Parti, all'insaputa del re Artabano. Costui, fedele ai Romani e misurato con i sudditi per paura di Germanico, assunse, in seguito, atteggiamenti superbi verso di noi e dispotici verso la sua gente, perché imbaldanzito dalle guerre condotte con successo contro popoli adiacenti e perché spregiava il vecchio Tiberio come imbelle. Aveva inoltre mire sull'Armenia, a capo della quale, alla morte del re Artassia, aveva imposto il maggiore dei suoi figli, Arsace; inoltre, ci aveva fatto l'affronto di inviare suoi emissari a richiedere il tesoro lasciato da Vonone in Siria e in Cilicia e a rivendicare, nel contempo, i vecchi confini dei Persiani e dei Macedoni, agitando folli minacce di invadere le terre già possedute da Ciro e poi da Alessandro. Il principale fautore, tra i Parti, della necessità di inviare una segreta ambasceria fu Sinnace, insigne per nobiltà e ricchezza, e, dopo di lui, l'eunuco Abdo (la condizione degli eunuchi non è spregevole presso i barbari, anzi detengono molto potere). I due si legarono ad altre personalità di primo piano e, poiché non potevano porre sul trono nessuno degli Arsacidi, che per la maggior parte erano stati uccisi da Artabano o non erano ancora adulti, chiedevano a Roma Fraate, figlio del re Fraate: a loro bastava solo l'autorità del suo nome, perché, per volontà di Cesare, ricomparisse la stirpe di Arsace sulle sponde dell'Eufrate.