Traduzione di Paragrafo 3, Libro 6 di Tacito

Versione originale in latino


At Iunium Gallionem qui censuerat ut praetoriani actis stipendiis ius apiscerentur in quattuordecim ordinibus sedendi violenter increpuit, velut coram rogitans quid illi cum militibus quos neque dicta imperatoris neque praemia nisi ab imperatore accipere par esset. Repperisse prorsus quod divus Augustus non providerit: an potius discordiam et seditionem a satellite quaesitam, qua rudis animos nomine honoris ad corrumpendum militiae morem propelleret? Hoc pretium Gallio meditatae adulationis tulit, statim curia, deinde Italia exactus; et quia incusabatur facile tole raturus exilium delecta Lesbo, insula nobili et amoena, retrahitur in urbem custoditurque domibus magistratuum. Isdem litteris Caesar Sextium Paconianum praetorium perculit magno patrum gaudio, audacem maleficum, omnium secreta rimantem delectumque ab Seiano cuius ope dolus G. Caesari pararetur. Quod postquam patefactum prorupere concepta pridem odia et summum supplicium decernebatur ni professus indicium foret.

Traduzione all'italiano


Invece contro Giunio Gallione, che aveva proposto di conferire ai pretoriani, a conclusione del servizio, il diritto di sedere in teatro nelle quattordici file riservate all'ordine equestre, ebbe parole durissime, quasi lo apostrofasse di persona su cosa avesse lui a che fare coi soldati, i quali dovevano ricevere ordini e premi solo dall'imperatore. La sua era davvero una scoperta, alla quale il divo Augusto non aveva pensato! O forse lui, degno seguace di Seiano, cercava di attizzare la discordia e la ribellione tra quegli uomini rudi, per spingerli, col pretesto di onori, a rompere la disciplina militare? Questo dunque il compenso ch'ebbe Gallione per la sua sofisticata adulazione: venne espulso subito dalla curia e poi dall'Italia. E poiché lo si accusava di poter sopportare l'esilio senza difficoltà, nella bella e famosa isola di Lesbo, che si era scelta, venne richiamato a Roma e fu posto sotto custodia in casa di un magistrato. Nella stessa lettera Tiberio, con grande soddisfazione dei senatori, colpì l'ex pretore Sestio Paconiano, spregiudicato, intrigante, sempre attento a spiare i segreti di tutti e scelto da Seiano come strumento per tramare la rovina di Gaio Cesare. A questa rivelazione, l'odio da tempo covato dilagò, e già si preannunciava la sua condanna a morte, quando dichiarò di voler fare una denuncia.