Traduzione di Paragrafo 29, Libro 6 di Tacito

Versione originale in latino


At Romae caede continua Pomponius Labeo, quem praefuisse Moesiae rettuli, per abruptas venas sanguinem effudit; aemulataque est coniunx Paxaea. Nam promptas eius modi mortes metus carnificis faciebat, et quia damnati publicatis bonis sepultura prohibebantur, eorum qui de se statuebant humabantur corpora, manebant testamenta, pretium festinandi. Sed Caesar missis ad senatum litteris disseruit morem fuisse maioribus, quoties dirimerent amicitias, interdicere domo eumque finem gratiae ponere: id se repetivisse in Labeone, atque illum, quia male administratae provinciae aliorumque criminum urgebatur, culpam invidia velavisse, frustra conterrita uxore, quam etsi nocentem periculi tamen expertem fuisse. Mamercus dein Scaurus rursum postulatur, insignis nobilitate et orandis causis, vita probrosus. Nihil hunc amicitia Seiani, sed labefecit haud minus validum ad exitia Macronis odium, qui easdem artes occultius exercebat detuleratque argumentum tragoediae a Scauro scriptae, additis versibus qui in Tiberium flecterentur: verum ab Servilio et Cornelio accusatoribus adulterium Liviae, magorum sacra obiectabantur. Scaurus, ut dignum veteribus Aemiliis, damnationem antiit, hortante Sextia uxore, quae incitamentum mortis et particeps fuit.

Traduzione all'italiano


A Roma prosegue la carneficina. Pomponio Labeone, il già citato governatore della Mesia, si tagliò le vene e morì dissanguato. La moglie Passea ne seguì l'esempio. A rendere le morti frequenti e tempestive come queste c'erano l'incubo del carnefice e, in caso di condanna, dopo la confisca dei beni, il divieto alla sepoltura; chi, invece, provvedeva da sé alla propria morte, veniva seppellito e i testamenti restavano validi: era il prezzo pagato alla fretta. Ma in una lettera al senato Tiberio spiegò che era pratica adottata dagli antichi, quando volevano rompere un'amicizia, chiudere l'accesso della propria casa, ponendo così fine all'intesa di prima; così lui aveva fatto con Labeone, mentre costui, sentendosi addosso l'accusa di una pessima amministrazione della provincia e altre imputazioni, aveva mascherato le sue responsabilità, rendendo odioso il principe; quanto alla moglie, il suo era terrore inutile, perché, sebbene colpevole, nessun pericolo la minacciava. L'imputazione toccò poi - ed era per lui la seconda volta - a Mamerco Scauro, insigne per nobiltà ed eloquenza forense, ma di vita viziosa. Non fu l'amicizia di Seiano a rovinarlo, bensì l'odio, altrettanto deleterio, di Macrone, che praticava gli stessi metodi, ma per vie più indirette. Capo d'accusa: una tragedia di Scauro contenente versi, da lui segnalati e intesi come allusivi a Tiberio. Gli accusatori Servilio e Cornelio, invece, mettevano in campo l'adulterio con Livia e pratiche magiche. Scauro, con gesto conforme all'antica dignità degli Emili, prevenne la condanna, col sostegno della moglie Sestia, che gli fu insieme ispiratrice e compagna nella morte.