Traduzione di Paragrafo 27, Libro 6 di Tacito

Versione originale in latino


Tot luctibus funesta civitate pars maeroris fuit quod Iulia Drusi filia, quondam Neronis uxor, denupsit in domum Rubellii Blandi, cuius avum Tiburtem equitem Romanum plerique meminerant. Extremo anni mors Aelii Lamiae funere censorio celebrata, qui administrandae Syriae imagine tandem exolutus urbi praefuerat. Genus illi decorum, vivida senectus; et non permissa provincia dignationem addiderat. Exim Flacco Pomponio Syriae pro praetore defuncto recitantur Caesaris litterae, quis incusabat egregium quemque et regendis exercitibus idoneum abnuere id munus seque ea necessitudine ad preces cogi per quas consularium aliqui capessere provincias adigerentur, oblitus Arruntium ne in Hispaniam pergeret decimum iam annum attineri. Obiit eodem anno et M'. Lepidus de cuius moderatione atque sapientia in prioribus libris satis conlocavi. Neque nobilitas diutius demonstranda est: quippe Aemilium genus fecundum bonorum civium, et qui eadem familia corruptis moribus, inlustri tamen fortuna egere.

Traduzione all'italiano


Nella città funestata da tanti lutti diede il suo contributo di malinconica tristezza il fatto che Giulia, figlia di Druso, già sposa di Nerone, fosse passata, col matrimonio, nella casa di Rubellio Blando, il cui nonno molti ancora ricordavano come semplice cavaliere romano, venuto da Tivoli. Sul finire dell'anno fu onorata con solenni funerali di stato la morte di Elio Lamia che, esonerato finalmente dall'incarico onorario di governatore della Siria, era stato prefetto di Roma. Di nobile famiglia, questo vecchio pieno di energia vide aumentata la sua dignità personale proprio dal non aver avuto il comando effettivo della provincia. In seguito, alla morte del propretore della Siria Pomponio Flacco, venne letto un messaggio di Tiberio, con cui incolpava gli uomini più valenti e adatti ai comandi militari di declinare tali incarichi, dicendosi perciò costretto dalla situazione a pregarli, per indurre qualche consolare ad assumersi il governo delle province, dimenticandosi di Arrunzio, cui proprio lui impediva, da dieci anni, di recarsi in Spagna. Morì nello stesso anno anche Marco Lepido, sull'equilibrio e la saggezza del quale ho speso abbastanza parole nei libri precedenti. Né debbo illustrare oltre la sua nobiltà: il casato degli Emilii fu fecondo di ottimi cittadini, e anche chi, di quella famiglia, degenerò, non vide mai tramontare la propria fortuna.