Traduzione di Paragrafo 26, Libro 6 di Tacito

Versione originale in latino


Haud multo post Cocceius Nerva, continuus principi, omnis divini humanique iuris sciens, integro statu, corpore inlaeso, moriendi consilium cepit. Quod ut Tiberio cognitum, adsidere, causas requirere, addere preces, fateri postremo grave conscientiae, grave famae suae, si proximus amicorum nullis moriendi rationibus vitam fugeret. Aversatus sermonem Nerva abstinentiam cibi coniunxit. Ferebant gnari cogitationum eius, quanto propius mala rei publicae viseret, ira et metu, dum integer, dum intemptatus, honestum finem voluisse. Ceterum Agrippinae pernicies, quod vix credibile, Plancinam traxit. Nupta olim Cn. Pisoni et palam laeta morte Germanici, cum Piso caderet, precibus Augustae nec minus inimicitiis Agrippinae defensa erat. Ut odium et gratia desiere, ius valuit; petitaque criminibus haud ignotis sua manu sera magis quam immerita supplicia persolvit.

Traduzione all'italiano


Non molto dopo, Cocceio Nerva, compagno inseparabile del principe, esperto di diritto umano e divino, in ottime condizioni economiche, sano di corpo, prese la decisione di morire. Come Tiberio lo seppe, gli si mise attorno, cercò di capirne i motivi, lo implorò; infine ammise che sarebbe stato un duro colpo per la sua coscienza e la sua fama, se il più intimo degli amici, senza motivi per morire, avesse fuggito la vita. Nerva eluse ogni risposta, ma continuò a non prendere cibo. Chi ben conosceva i suoi pensieri, riferì che, vedendo da vicino la progressiva degenerazione dello stato, avesse scelto, per ira e per timore, una morte dignitosa, finché era incontaminato e al di sopra di ogni sospetto. Nel crollo di Agrippina fu travolta, cosa a stento credibile, anche Plancina. Moglie in passato di Gneo Pisone e manifestamente lieta per la morte di Germanico, alla caduta di Pisone aveva trovato una difesa negli interventi di Augusta non meno che nella personale ostilità di Agrippina. Caduti l'odio e le protezioni, poté aver corso la giustizia. Accusata di colpe ben note, si inflisse, di sua mano, una pena tardiva più che immeritata.