Traduzione di Paragrafo 24, Libro 6 di Tacito

Versione originale in latino


Quin et invectus in defunctum probra corporis, exitiabilem in suos, infensum rei publicae animum obiecit recitarique factorum dictorumque eius descripta per dies iussit, quo non aliud atrocius visum: adstitisse tot per annos, qui vultum, gemitus, occultum etiam murmur exciperent, et potuisse avum audire, legeret, in publicum promere vix fides, nisi quod Attii centurionis et Didymi liberti epistulae servorum nomina praeferebant, ut quis egredientem cubiculo Drusum pulsaverat, exterruerat. Etiam sua verba centurio saevitiae plena, tamquam egregium, vocesque deficientis adiecerat, quis primo [alienationem mentis simulans] quasi per dementiam funesta Tiberio, mox, ubi exspes vitae fuit, meditatas compositasque diras imprecabatur, ut, quem ad modum nurum filiumque fratris et nepotes domumque omnem caedibus complevisset, ita poenas nomini generique maiorum et posteris exolveret. Obturbabant quidem patres specie detestandi: sed penetrabat pavor et admiratio, callidum olim et tegendis sceleribus obscurum huc confidentiae venisse ut tamquam dimotis parietibus ostenderet nepotem sub verbere centurionis, inter servorum ictus extrema vitae alimenta frustra orantem.

Traduzione all'italiano


Anzi, infierì contro il defunto, presentandolo come un depravato sessuale, carico d'odio verso i suoi e pericoloso nemico dello stato, e ordinò la lettura di una relazione dettagliata, giorno per giorno, dei suoi gesti e delle sue parole. Mai si vide operazione più atroce: a stento si poteva credere che gli fossero state accanto, per tanti anni, persone col compito di registrare ogni espressione, ogni lamento e anche i più segreti sospiri, e che il nonno avesse potuto ascoltare, leggere e dare tutto ciò in pasto al pubblico. Ma i documenti del centurione Attio e del liberto Didimo citavano il nome degli schiavi, con la precisazione di chi aveva ricacciato indietro Druso, se tentava di uscire dalla camera, terrorizzandolo. Il centurione aveva aggiunto osservazioni personali, sature di crudeltà, come se fosse un merito, e registrato anche le maledizioni di Druso ormai vicino alla morte, lanciate contro Tiberio, fingendosi pazzo, come in un delirio; poi, caduta ogni speranza di vivere, aveva scagliato lucide e coerenti esecrazioni, augurando a chi aveva ucciso sua nuora, il figlio del fratello, i suoi nipoti, e riempito la sua casa di assassini, di pagare il fio dei suoi delitti al nome glorioso e alla stirpe degli avi e dei discendenti. I senatori rumoreggiavano alla lettura, fingendo indignazione. Ma li penetrava una paura mista a stupore, nel vedere che Tiberio, accorto un tempo nel coprire di mistero i propri delitti, era giunto a tanta impudenza da mostrare, rimosse, per così dire, le pareti del carcere, il nipote sotto le frustate del centurione, mentre implorava invano, tra le percosse degli schiavi, un po' di cibo, ormai in fin di vita.