Traduzione di Paragrafo 2, Libro 6 di Tacito

Versione originale in latino


At Romae principio anni, quasi recens cognitis Liviae flagitiis ac non pridem etiam punitis, atroces sententiae dicebantur in effigies quoque ac memoriam eius et bona Seiani ablata aerario ut in fiscum cogerentur, tamquam referret. Scipiones haec et Silani et Cassii isdem ferme aut paulum immutatis verbis adseveratione multa censebant, cum repente Togonius Gallus, dum ignobilitatem suam magnis nominibus inserit, per deridiculum auditur. Nam principem orabat deligere senatores ex quis viginti sorte ducti et ferro accincti, quoties curiam inisset, salutem eius defenderent. Crediderat nimirum epistulae subsidio sibi alterum ex consulibus poscentis ut tutus a Capreis urbem peteret. Tiberius tamen, ludibria seriis permiscere solitus, egit grates benevolentiae patrum: sed quos omitti posse, quos deligi? Semperne eosdem an subinde alios? Et honori bus perfunctos an iuvenes, privatos an e magistratibus? Quam deinde speciem fore sumentium in limine curiae gladios? Neque sibi vitam tanti si armis tegenda foret. Haec adversus Togonium verbis moderans neque ultra abolitionem sententiae suaderet.

Traduzione all'italiano


A Roma intanto, in quell'inizio d'anno, quasi che la scellerata condotta di Livia venisse allora scoperta e non fosse stata da tempo punita, ci si accaniva in disumane proposte anche contro le sue statue e la sua memoria e si suggeriva che i beni di Seiano, sottratti all'erario, finissero nelle casse dell'imperatore: come se ciò avesse importanza. Questo proponevano, con la massima serietà, usando parole pressocché identiche o con variazioni insignificanti, gli Scipioni, i Silani, i Cassi, quando all'improvviso Togonio Gallo, per associare a quei grandi nomi il suo, plebeo, chiese d'essere ascoltato, sommerso dal ridicolo. Pregava infatti il principe di scegliere un gruppo di senatori, tra cui venti, estratti a sorte e armati, dovevano difendere la sua incolumità, quando fosse entrato in senato. Aveva evidentemente preso sul serio una lettera di Tiberio, in cui chiedeva la scorta di un console, per venire, in piena sicurezza, a Roma da Capri. Tiberio tuttavia, che soleva mescolare l'ironia al serio, ringraziò i senatori della loro benevolenza: ma - scrisse - si poteva forse scartare qualcuno, e ancora quali scegliere? Sempre gli stessi o a turno? Senatori al vertice della carriera o giovani? Prenderli fra i magistrati o fra quelli senza cariche? E poi che spettacolo vedere dei senatori impugnare la spada sulla soglia della curia! E la vita, se bisognava difenderla con le armi, non aveva per lui più importanza. Questa la risposta a Togonio, in forma misurata e cercando solo di suggerire una cancellazione della proposta.