Traduzione di Paragrafo 18, Libro 6 di Tacito

Versione originale in latino


Dein redeunt priores metus postulato maiestatis Considio Proculo; qui nullo pavore diem natalem celebrans raptus in curiam pariterque damnatus interfectusque, et sorori eius Sanciae aqua atque igni interdictum accusante Q. Pomponio. Is moribus inquies haec et huiusce modi a se factitari praetendebat ut parta apud principem gratia periculis Pomponii Secundi fratris mederetur. Etiam in Pompeiam Macrinam exilium statuitur cuius maritum Argolicum socerum Laconem e primoribus Achaeorum Caesar adflixerat. Pater quoque inlustris eques Romanus ac frater praetorius, cum damnatio instaret, se ipsi interfecere. Datum erat crimini quod Theophanen Mytilenaeum proavum eorum Cn. Magnus inter intimos habuisset, quodque defuncto Theophani caelestis honores Graeca adulatio tribuerat.

Traduzione all'italiano


Rinacquero poi le passate paure con la denuncia, per lesa maestà, di Considio Procello. Stava egli festeggiando, senza sospetto alcuno, il suo compleanno, quando venne trascinato nella curia, condannato e ucciso. La sorella Sancia fu cacciata in esilio dietro denuncia di Quinto Pomponio, il quale, un irrequieto per natura, giustificava questa e consimili azioni col voler allontanare, ingraziandosi il principe, l'incombente pericolo sul fratello Pomponio Secondo. Si delibera l'esilio anche per Pompea Macrina, sul cui marito Argolico e sul cui suocero Lacone, personalità di primo piano in Acaia, già aveva infierito Tiberio. Anche il padre di Macrina, un illustre cavaliere romano, e suo fratello, un ex pretore, di fronte all'imminente condanna si diedero la morte. L'imputazione addotta era che il loro bisavolo Teofane di Mitilene era stato intimo amico di Pompeo Magno e che, dopo la morte, i Greci, nella loro propensione adulatoria, gli avevano tributato onori divini.