Traduzione di Paragrafo 71, Libro 4 di Tacito

Versione originale in latino


Ni mihi destinatum foret suum quaeque in annum referre, avebat animus antire statimque memorare exitus quos Latinus atque Opsius ceterique flagitii eius repertores habuere, non modo postquam Gaius Caesar rerum potitus est sed incolumi Tiberio, qui scelerum ministros ut perverti ab aliis nolebat, ita plerumque satiatus et oblatis in eandem operam recentibus veteres et praegravis adflixit: verum has atque alias sontium poenas in tempore trademus. Tum censuit Asinius Gallus, cuius liberorum Agrippina matertera erat, petendum a principe ut metus suos senatui fateretur amoverique sineret. Nullam acque Tiberius, ut rebatur, ex virtutibus suis quam dissimulationem diligebat: eo aegrius accepit recludi quae premeret. Sed mitigavit Seianus, non Galli amore verum ut cunctationes principis opperiretur, gnarus lentum in meditando, ubi prorupisset, tristibus dictis atrocia facta coniungere.
Per idem tempus Iulia mortem obiit, quam neptem Augustus convictam adulterii damnaverat proieceratque in insulam Trimentm, haud procul Apulis litoribus. Illic viginti annis exilium toleravit Augustae ope sustentata, quae florentis privignos cum per occultum subvertisset, misericordiam erga adflictos palam ostentabat.

Traduzione all'italiano


Se non mi fossi prefisso di narrare i fatti con ordine, anno per anno, cederei al desiderio di anticiparli e ricorderei subito la fine incontrata da Lucanio, da Opsio e dagli altri ideatori di quell'infamia, non solo dopo la salita al potere di Gaio Cesare, ma quand'era ancora in vita Tiberio, il quale, se non voleva lasciar abbattere da altri i manutengoli dei suoi delitti, spesso finì per averne nausea e per eliminare i vecchi troppo ingombranti, potendo disporne di nuovi per la stessa funzione. Riferirò a suo tempo le pene meritate da questi e altri malfattori. Tornando dunque ai fatti, Asinio Gallo, dei cui figli Agrippina era zia materna, propose che si chiedesse al principe di esporre in senato i suoi timori e di autorizzare i senatori a dissiparli. Tiberio, fra le doti che si attribuiva, a nessuna teneva quanto alla dissimulazione: nulla quindi lo irritò come la richiesta di far chiarezza su ciò che gradiva nascondere. Lo calmò Seiano, non per amore di Gallo, ma perché le irresoluzioni del principe avessero il tempo di maturare, ben conoscendolo lento nelle reazioni interiori, ma sapendo che, quando l'ira fosse esplosa, Tiberio sarebbe passato subito dalle parole di minaccia ad atti spietati.
In quel tempo venne a morte Giulia, nipote di Augusto, da lui condannata per adulterio e relegata nell'isola di Trimero, non lontano dalle coste dell'Apulia. Lì scontò l'esilio per vent'anni, aiutata dalla liberalità di Augusta, la quale, dopo aver rovinato con sotterranei intrighi i figliastri al tempo del loro pieno fiorire, manifestava per essi una compassione ostentata, quando erano ormai perduti.