Traduzione di Paragrafo 62, Libro 4 di Tacito

Versione originale in latino


M. Licinio L. Calpurnio consulibus ingentium bellorum cladem aequavit malum improvisum: eius initium simul et finis extitit. Nam coepto apud Fidenam amphitheatro Atilius quidam libertini generis, quo spectaculum gladiatorum celebraret, neque fundamenta per solidum subdidit neque firmis nexibus ligneam compagem superstruxit, ut qui non abundantia pecuniae nec municipali ambitione sed in sordidam mercedem id negotium quaesivisset. Adfluxere avidi talium, imperitante Tiberio procul voluptatibus habiti, virile ac muliebre secus, omnis aetas, ob propinquitatem loci effusius; unde gravior pestis fuit, conferta mole, dein convulsa, dum ruit intus aut in exteriora effunditur immensamque vim mortalium, spectaculo intentos aut qui circum adstabant, praeceps trahit atque operit. Et illi quidem quos principium stragis in mortem adflixerat, ut tali sorte, cruciatum effugere: miserandi magis quos abrupta parte corporis nondum vita deseruerat; qui per diem visu, per noctem ululatibus et gemitu coniuges aut liberos noscebant. Iam ceteri fama exciti, hic fratrem, propinquum ille, alius parentes lamentari. Etiam quorum diversa de causa amici aut necessarii aberant, pavere tamen; nequedum comperto quos illa vis perculisset, latior ex incerto metus.

Traduzione all'italiano


[27 d.C.]. Nell'anno dei consoli Marco Licinio e Lucio Calpurnio, un disastro improvviso eguagliò, per vittime, le guerre più disastrose: di tale sciagura lo stesso istante segnò l'inizio e la fine. Un certo Atilio, liberto di nascita, s'era accinto, in Fidene, alla costruzione di un anfiteatro, destinato agli spettacoli per gladiatori, ma non gettò solide fondamenta né innalzò l'armatura di legno con travature capaci di reggere, perché indotto ad assumersi quell'impresa non da larghezza di mezzi o per avere prestigio nel suo municipio, bensì mirando a una bassa speculazione. Vi era accorsa, avida di questi spettacoli, poiché sotto Tiberio era un divertimento praticamente bandito, una folla di uomini e donne, gente d'ogni età, più strabocchevole per la vicinanza del luogo a Roma. Tanto più grande fu la catastrofe, perché la struttura, gremita di folla, si sfasciò, rovinando all'interno o rovesciandosi verso l'esterno: una gran massa di persone intente allo spettacolo o assiepata intorno venne travolta e schiacciata. Chi nel crollo trovò subito la morte, pur nel tragico destino, scampò a orribili sofferenze; più miserevole fu, invece, la sorte di quanti, pur mutilati in qualche parte del corpo, erano però rimasti in vita, e di chi, cogli occhi alla luce del giorno e con grida e gemiti di notte, cercava di riconoscere mogli o figli. E gli altri, ormai richiamati dalla notizia, piangevano chi un fratello, chi un parente, chi i genitori. Anche quelli, i cui parenti o amici, per qualche motivo, non erano là, vissero nel panico; e, finché non si conobbero le vittime di quel disastro, la paura dilagava per l'incertezza.