Traduzione di Paragrafo 51, Libro 4 di Tacito

Versione originale in latino


Interea barbari catervis decurrentes nunc in vallum manualia saxa, praeustas sudes, decisa robora iacere, nunc virgultis et cratibus et corporibus exanimis complere fossas, quidam pontis et scalas ante fabricati inferre propugnaculis eaque prensare, detrahere et adversum resistentis comminus niti. Miles contra deturbare telis, pellere umbonibus, muralia pila, congestas lapidum molis provolvere. His partae victoriae spes et si cedant insignitius flagitium, illis extrema iam salus et adsistentes plerisque matres et coniuges earumque lamenta addunt animos. Nox aliis in audaciam, aliis ad formidinem opportuna; incerti ictus, vulnera improvisa; suorum atque hostium ignoratio et montis anfractu repercussae velut a tergo voces adeo cuncta miscuerant ut quaedam munimenta Romani quasi perrupta omiserint. Neque tamen pervasere hostes nisi admodum pauci: ceteros, deiecto promptissimo quoque aut saucio, adpetente iam luce trusere in summa castelli ubi tandem coacta deditio. Et proxima sponte incolarum recepta: reliquis quo minus vi aut obsidio subigerentur praematura montis Haemi et saeva hiems subvenit.

Traduzione all'italiano


Intanto i barbari, piombando giù a ondate, scagliavano sulle nostre trincee, a mano, sassi, legni induriti in punta col fuoco, pezzi di quercia tagliati o riempivano il fossato con fascine, graticci e coi corpi dei caduti; alcuni addossavano ai parapetti ponti e scale, già approntate, vi s'aggrappavano e cercavano di tirar giù i difensori che s'opponevano in un convulso corpo a corpo. In risposta, i nostri facevano vuoti con le frecce, li respingevano con gli scudi e rovesciavano loro addosso i giavellotti murali e grosse pietre prima ammassate. Gli uni traggono coraggio dalla speranza della vittoria ormai a portata di mano e dal disonore, tanto più bruciante, in caso di sconfitta; gli altri dall'ultimo, disperato tentativo di salvezza, alla presenza, per molti, di madri e spose e tra i loro lamenti. Si prestava la notte all'audacia degli uni e ad incutere paura negli altri; non mirati erano i colpi e improvvise le ferite; l'impossibilità di distinguere compagni o nemici e l'eco delle grida, che parevano, per effetto degli anfratti dei monti, riaccendersi alle spalle, confondevano tutto in un tale sconcerto, che i Romani abbandonarono alcune difese, credendole espugnate. Ma ben pochi nemici riuscirono a penetrarvi: i più audaci erano caduti o feriti; gli altri, ormai alle prime luci del giorno, vennero ricacciati indietro sull'altura del loro forte e, qui, obbligati alla resa. Anche nei centri vicini l'occupazione avvenne per resa spontanea degli abitanti. Il precoce e rigido inverno del monte Emo salvò gli ultimi nuclei di resistenza dal cedere alla forza o alla morsa dell'assedio.