Traduzione di Paragrafo 43, Libro 4 di Tacito

Versione originale in latino


Auditae dehinc Lacedaemoniorum et Messeniorum legationes de iure templi Dianae Limnatidis, quod suis a maioribus suaque in terra dicatum Lacedaemonii firmabant annalium memoria vatumque carminibus, sed Macedonis Philippi cum quo bellassent armis ademptum ac post C. Caesaris et M. Antonii sententia redditum. Contra Messenii veterem inter Herculis posteros divisionem Peloponnesi protulere, suoque regi Denthaliatem agrum in quo id delubrum cessisse; monimentaque eius rei sculpta saxis et aere prisco manere. Quod si vatum, annalium ad testimonia vocentur, pluris sibi ac locupletiores esse; neque Philippum potentia sed ex vero statuisse: idem regis Antigoni, idem imperatoris Mummii iudicium; sic Milesios permisso publice arbitrio, postremo Atidium Geminum praetorem Achaiae decrevisse. Ita secondum Messenios datum. Et Segestani aedem Veneris montem apud Erycum, vetustate dilapsam, restaurari postulavere, nota memorantes de origine eius et laeta Tiberio. Suscepit curam libens ut consanguineus. Tunc tractatae Massiliensium preces probatumque P. Rutilii exemplum; namque eum legibus pulsum civem sibi Zmyrnaei addiderant. Quo iure Vulcacius Moschus exul in Massiliensis receptus bona sua rei publicae eorum et patriae reliquerat.

Traduzione all'italiano


Ebbero poi udienza le legazioni degli Spartani e dei Messeni per i diritti sul tempio di Diana Limnatide. Gli Spartani, sulla base dei loro annali e dei canti dei poeti, asserivano che la consacrazione, avvenuta sulla propria terra, risaliva al tempo dei loro antenati e che se l'erano poi vista togliere con le armi, all'epoca della guerra di Filippo il Macedone e poi ancora restituire con un decreto di Gaio Cesare e di Marco Antonio. I Messeni ribattevano, adducendo l'antica divisione del Peloponneso tra i discendenti di Ercole, per cui al loro re era toccato il territorio di Dentalia, su cui sorgeva il santuario: esistevano, a testimonianza, antiche iscrizioni su pietra e bronzo; se poi si chiamavano in causa poeti e storici, potevano produrre testi più numerosi e ricchi di dati; quanto alle decisioni di Filippo, esse discendevano non da un atto di potere, bensì dal rispetto della verità: identico, del resto, il giudizio del re Antigono e del generale Mummio, e così avevano stabilito i Milesi, chiamati a un pubblico arbitrato, e infine il pretore d'Acaia Atidio Gemino. Il tempio fu assegnato secondo le ragioni dei Messeni. Successivamente, una delegazione di Segesta chiese il restauro del tempio di Venere sul monte Erice, diroccato dal tempo; ricordarono, sulla sua origine, fatti noti e cari a Tiberio; egli se ne fece carico, con piacere, considerato il vincolo di sangue con la dea. Venne quindi presa in esame un'istanza dei Marsigliesi, sulla base del precedente, convalidato, di Publio Rutilio che, esiliato a norma di legge, aveva ricevuto la cittadinanza dagli abitanti di Smirne. Appellandosi allo stesso diritto, Vulcacio Mosco, esule e poi accolto tra i cittadini di Marsiglia, aveva lasciato i suoi beni a quella città, come alla sua patria.