Traduzione di Paragrafo 34, Libro 4 di Tacito

Versione originale in latino


Cornelio Cosso Asinio Agrippa consulibus Cremutius Cordus postulatur novo ac tunc primum audito crimine, quod editis annalibus laudatoque M. Bruto C. Cassium Romanorum ultimum dixisset. Accusabant Satrius Secundus et Pinarius Natta, Seiani clientes. Id perniciabile reo et Caesar truci vultu defensionem accipiens, quam Cremutius relinquendae vitae certus in hunc modum exorsus est: 'verba mea, patres conscripti, arguuntur: adeo factorum innocens sum. Sed neque haec in principem aut principis parentem, quos lex maiestatis amplectitur: Brutum et Cassium laudavisse dicor, quorum res gestas cum plurimi composuerint, nemo sine honore memoravit. Titus Livius, eloquentiae ac fidei praeclarus in primis, Cn. Pompeium tantis laudibus tulit ut Pompeianum eum Augustus appellaret; neque id amicitiae eorum offecit. Scipionem, Afranium, hunc ipsum Cassium, hunc Brutum nusquam latrones et parricidas, quae nunc vocabula imponuntur, saepe ut insignis viros nominat. Asinii Pollionis scripta egregiam eorundem memoriam tradunt; Messala Corvinus imperatorem suum Cassium praedicabat: et uterque opibusque atque honoribus perviguere. Marci Ciceronis libro quo Catonem caelo aequavit, quid aliud dictator Caesar quam rescripta oratione velut apud iudices respondit? Antonii epistulae Bruti contiones falsa quidem in Augustum probra set multa cum acerbitate habent; carmina Bibaculi et Catulli referta contumeliis Caesarum leguntur: sed ipse divus Iulius, ipse divus Augustus et tulere ista et reliquere, haud facile dixerim, moderatione magis an sapientia. Namque spreta exolescunt: si irascare, adgnita videntur.

Traduzione all'italiano


[25 d.C.]. Nell'anno del consolato di Cornelio Cosso e di Asinio Agrippa, venne sottoposto a processo Cremuzio Cordo con una imputazione nuova e inaudita: nei suoi Annali, appena pubblicati, aveva tessuto l'elogio di Marco Bruto e chiamato Gaio Cassio l'ultimo dei Romani. Lo accusavano Satrio Secondo e Pinario Natta, clienti di Seiano. Tale circostanza si rivelò fatale per l'accusato, ed era brutto segno il volto indurito di Cesare nell'ascoltare la difesa, che Cremuzio, sicuro di dover lasciare la vita, pronunciò in questi termini: "Si mettono sotto accusa, o padri coscritti, le mie parole: a tal segno sono prive di colpa le mie azioni. Ma esse non sono rivolte contro l'imperatore o la madre dell'imperatore, le sole persone protette dalla legge di lesa maestà. Mi si imputa di aver lodato Bruto e Cassio, quando molti ne hanno narrato le gesta, e nessuno senza celebrarne il ricordo. Tito Livio, il più grande di tutti per lo stile e il rigore storico, celebrò con tante lodi Gneo Pompeo che Augusto lo chiamava il Pompeiano, il che non offuscò la loro amicizia. E Scipione e Afranio e questo stesso Cassio e questo Bruto non li chiama banditi e parricidi, termini oggi di moda, ma li cita spesso come uomini insigni. Gli scritti di Asinio Pollione tramandano splendida memoria di loro; Messalla Corvino amava ricordare Cassio come suo comandante e l'uno e l'altro furono colmati di ricchezze e di onori. Al libro di Marco Cicerone, in cui Catone era innalzato alle stelle, in che altro modo diede una risposta il dittatore Cesare, se non con un altro discorso, quasi fossero davanti a dei giudici? Le lettere di Antonio, i discorsi di Bruto contengono giudizi feroci, anche se calunniosi, nei confronti di Augusto; leggiamo le poesie di Bibaculo e di Catullo piene di attacchi ai Cesari: eppure lo stesso divo Giulio, lo stesso divo Augusto le tollerarono senza intervenire, non saprei dire se per moderazione o più per saggezza. Si tratta di affermazioni che, se non raccolte, svaniscono; una reazione irosa la si legge come un'ammissione di verità.