Traduzione di Paragrafo 31, Libro 4 di Tacito

Versione originale in latino


His tam adsiduis tamque maestis modica laetitia intericitur, quod C. Cominium equitem Romanum, probrosi in se carminis convictum, Caesar precibus fratris qui senator erat concessit. Quo magis mirum habebatur gnarum meliorum et quae fama clementiam sequeretur tristiora malle. Neque enim socordia peccabat; nec occultum est, quando ex veritate, quando adumbrata laetitia facta imperatorum celebrentur. Quin ipse, compositus alias et velut eluctantium verborum, solutius promptiusque eloquebatur quotiens subveniret. At P. Suillium quaestorem quondam Germanici, cum Italia arceretur convictus pecuniam ob rem iudicandam cepisse, amovendum in insulam censuit, tanta contentione animi ut iure iurando obstringeret e re publica id esse. Quod aspere acceptum ad praesens mox in laudem vertit regresso Suillio; quem vidit sequens aetas praepotentem, venalem et Claudii principis amicitia diu prospere, numquam bene usum. Eadem poena in Catum Firmium senatorem statuitur, tamquam falsis maiestatis criminibus sororem petivisset. Catus, ut rettuli, Libonem inlexerat insidiis, deinde indicio perculerat. Eius operae memor Tiberius sed alia praetendens exilium de precatus est: quo minus senatu pelleretur non obstitit.

Traduzione all'italiano


La serie tanto lunga di episodi deplorevoli fu interrotta da un motivo di modico compiacimento, quando Cesare, cedendo alle preghiere del fratello senatore, graziò il cavaliere romano Gaio Cominio, risultato colpevole di versi oltraggiosi contro di lui. Tanto più destava sorpresa il fatto che Tiberio, pur consapevole di ciò che era meglio e delle risonanze positive prodotte dalla clemenza, preferisse agire nel modo peggiore. E non peccava per ottusità. Né è difficile capire quando è sincera e quando è invece simulata la gioia contenuta negli elogi espressi per la condotta dell'imperatore. Anzi Tiberio, tante volte così misurato nelle parole, come se stentassero a uscirgli, si esprimeva più sciolto e con maggiore franchezza, se si trattava di aiutare qualcuno. Per converso, quando si voleva allontanare dall'Italia Publio Suillio, già questore di Germanico, colpevole di aver accettato denaro in un processo in cui era giudice, si espresse per il suo confino in un'isola con tanto accanimento da dichiarare, dietro giuramento, che ciò era nell'interesse dello stato. Decisione sul momento assai criticata, ma che, in seguito, quando Suillio rientrò in patria, tornò a sua lode: la generazione seguente lo vide prepotente e venale, avvantaggiarsi a lungo dell'amicizia del principe Claudio e mai per scopi nobili. Ci si pronunciò per la stessa pena contro il senatore Firmio Cato, per aver indirizzato contro la sorella false accuse di lesa maestà. Cato, come già riferito, aveva attratto subdolamente a sé Libone, per poi colpirlo con una delazione. Memore di quella denuncia, ma adducendo altri pretesti, Tiberio riuscì a evitargli l'esilio; ma non si oppose alla sua espulsione dal senato.