Traduzione di Paragrafo 19, Libro 4 di Tacito

Versione originale in latino


Erat uxor Silio Sosia Galla, caritate Agrippinae invisa principi. Hos corripi dilato ad tempus Sabino placitum, immissusque Varro consul qui patennas inimicitias obtendens odiis Seiani per dedecus suum gratifcabatur. Precante reo brevem moram, dum accusator consulatu abiret, adversatus est Caesar: solitum quippe magistratibus diem privatis dicere: nec infringendum consulis ius, cuius vigiliis niteretur ne quod res publica detrimentum caperet. Proprium id Tiberio fuit scelera nuper reperta priscis verbis obtegere. Igitur multa adseveratione, quasi aut legibus cum Silio ageretur aut Varro consul aut illud res publica esset, coguntur patres, silente reo, vel si defensionem coeptaret, non occultante cuius ira premeretur. Conscientia belli Sacrovir diu dissimulatus, victoria per avaritiam foedata et uxor socia arguebantur. Nec dubie repetundarum criminibus haerebant, sed cuncta quaestione maiestatis exercita, et Silius imminentem damnationem voluntario fine praevertit.

Traduzione all'italiano


Moglie di Silio era Sosia Galla, invisa al principe per la sua devozione ad Agrippina. Si decise di farla finita coi due, rimandando Sabino ad altra occasione. Venne aizzato contro di loro il console Varrone, il quale, col pretesto di inimicizie paterne, a prezzo del proprio disonore si faceva servo dell'odio di Seiano. Alla richiesta avanzata dall'accusato di una breve dilazione, in attesa che l'accusatore lasciasse la carica di console, si oppose Cesare: era normale pratica dei magistrati - sostenne - chiamare in giudizio i cittadini privati; impensabile violare la prerogativa di un console, dalla cui vigilante efficienza dipendeva "che lo stato non subisse danno alcuno". Era caratteristica di Tiberio celare sotto formule tradizionali malvagità di nuova fattura. Quindi con severa intransigenza, come se davvero si applicasse a Silio la legge, o Varrone fosse un vero console, o quella realtà una repubblica, si convoca il senato; taceva l'imputato o, nei tentativi di difesa, diceva apertamente di quale odio fosse vittima. Le imputazioni erano: la lunga copertura offerta a Sacroviro, per connivenza coi rivoltosi, la vittoria macchiata dall'avidità e la complicità della moglie. Era sì tenuta in piedi l'accusa di concussione, ma tutto il processo era incentrato sul reato di lesa maestà, e Silio prevenne la condanna, imminente, dandosi la morte.