Traduzione di Paragrafo 70, Libro 3 di Tacito

Versione originale in latino


Post auditi Cyrenenses et accusante Anchario Prisco Caesius Cordus repetundarum damnatur. L. Ennium equitem Romanum, maiestatis postulatum quod effigiem principis promiscum ad usum argenti vertisset, recipi Caesar inter reos vetuit, palam aspernante Ateio Capitone quasi per libertatem. Non enim debere eripi patribus vim statuendi neque tantum maleficium impune habendum. Sane lentus in suo dolore esset: rei publicae iniurias ne largiretur. Intellexit haec Tiberius, ut erant magis quam ut dicebantur, perstititque intercedere. Capito insignitior infamia fuit quod humani divinique iuris sciens egregium publicum et bonas domi artes dehonestavisset.

Traduzione all'italiano


Ebbe poi udienza una delegazione di Cirene e, sotto l'accusa di Ancario Prisco, Cesio Cordo fu condannato per concussione. Tiberio si rifiutò di mettere sotto accusa il cavaliere romano Quinto Ennio, imputato di lesa maestà, per aver trasformata una statua del principe in oggetti d'argento d'uso comune; ma espresse apertamente il suo dissenso Ateio Capitone, come se fosse questo un segno di libertà. Non si doveva - disse - sottrarre ai senatori la facoltà di decidere, né era pensabile l'impunità per una colpa così grave. Fosse pure arrendevole Tiberio nel suo dolore, ma un'offesa allo stato non ammetteva tolleranze. Tiberio intese la sostanza più di quanto non dicessero le parole e persistette nel suo rifiuto. Tanto più clamorosa fu l'infamia di Capitone, perché questi, esperto nel diritto umano e divino, aveva infangato i suoi pur rilevanti meriti pubblici e le sue qualità di privato cittadino.