Traduzione di Paragrafo 54, Libro 3 di Tacito

Versione originale in latino


'Nec ignoro in conviviis et circulis incusari ista et modum posci: set si quis legem sanciat, poenas indicat, idem illi civitatem verti, splendidissimo cuique exitium parari, neminem criminis expertem clamitabunt. Atqui ne corporis quidem morbos veteres et diu auctos nisi per dura et aspera coerceas: corruptus simul et corruptor, aeger et flagrans animus haud levioribus remediis restinguendus est quam libidinibus ardescit. Tot a maioribus repertae leges, tot quas divus Augustus tulit, illae oblivione, hae, quod flagitiosius est, contemptu abolitae securiorem luxum fecere. Nam si velis quod nondum vetitum est, timeas ne vetere: at si prohibita impune transcenderis, neque metus ultra neque pudor est. Cur ergo olim parsimonia pollebat? Quia sibi quisque moderabatur, quia unius urbis cives eramus; ne inritamenta quidem eadem intra Italiam dominantibus. Externis victoriis aliena, civilibus etiam nostra consumere didicimus. Quantulum istud est de quo aediles admonent! quam, si cetera respicias, in levi habendum! at hercule nemo refert quod Italia externae opis indiget, quod vita populi Romani per incerta maris et tempestatum cotidie volvitur. Ac nisi provinciarum copiae et dominis et servitiis et agris subvenerint, nostra nos scilicet nemora nostraeque villae tuebuntur. Hanc, patres conscripti, curam sustinet princeps; haec omissa funditus rem publicam trahet. Reliquis intra animum medendum est: nos pudor, pauperes necessitas, divites satias in melius mutet. Aut si quis ex magistratibus tantam industriam ac severitatem pollicetur ut ire obviam queat, hunc ego et laudo et exonerari laborum meorum partem fateor: sin accusare vitia volunt, dein, cum gloriam eius rei adepti sunt, simultates faciunt ac mihi relinquunt, credite, patres conscripti, me quoque non esse offensionum avidum; quas cum gravis et plerumque iniquas pro re publica suscipiam, inanis et inritas neque mihi aut vobis usui futuras iure deprecor.'

Traduzione all'italiano


So bene che nei discorsi fatti a tavola o in riunioni di varia natura si mettono sotto accusa tali eccessi e si chiede un freno. Ma se uno sancisce una legge o fissa delle pene, quegli stessi si metteranno a gridare che si sovverte lo stato, che si vuole la rovina delle persone più facoltose e che nessuno è senza colpa. Neppure alle malattie inveterate e aggravate dal tempo si può porre rimedio se non con interventi energici e radicali; l'animo corrotto e al tempo stesso corruttore, infermo e pur in preda a voglie febbrili non si può calmare, se non con rimedi più forti delle passioni di cui è preda. Delle tante leggi inventate dagli antichi, delle tante volute dal divo Augusto, quelle caddero nella dimenticanza, queste - e la vergogna è più grave - sono disattese: e tutte hanno reso il lusso più inattaccabile. Perché, se tu vuoi ciò che ancora non ti è stato vietato, hai il timore che vietato ti sia; ma se hai infranto impunemente ciò di cui la legge fa divieto, non esistono più né paure né pudori. Perché allora un tempo regnava la parsimonia? Perché ciascuno si dava dei limiti, perché eravamo cittadini di una sola città; e neppure le nostre sollecitazioni erano più le stesse, quando il nostro dominio non andava oltre l'Italia. Le vittorie esterne ci hanno insegnato a dilapidare i beni altrui, le vittorie nelle guerre civili a consumare anche i nostri. Davvero problema da poco quello su cui gli edili richiamano la nostra attenzione! E com'è trascurabile, se si guarda al resto! Ma, in nome degli dèi, nessuno ricorda che l'Italia ha bisogno di risorse esterne e che la vita del popolo romano è quotidianamente esposta alle incertezze del mare e delle tempeste. Se i rifornimenti delle province non aiutassero padroni, schiavi e campi, allora ci potrebbero davvero mantenere i nostri boschi e le nostre ville! Ecco, o senatori, il peso che il principe si addossa: questo problema, se non risolto, travolgerà lo stato dalle sue radici. Il rimedio per gli altri guai ognuno deve trovarlo in se stesso: il senso della dignità renda migliori noi, la necessità i poveri e la sazietà i ricchi. Ma se qualcuno dei magistrati garantisce di avere tanta abilità e rigore da saper fronteggiare il male, io lo lodo e ammetto che costui mi libera da una parte del carico delle mie fatiche. Se invece si vuole mettere sotto accusa il vizio per poi provocare, dopo essersi addossati il merito della denuncia, risentimenti che ricadono su di me, dovete credere, senatori, che anch'io non sono avido di rancori; e mentre già devo farmene carico di più gravi e spesso di ingiusti, nell'interesse dello stato, quelli superflui e vani, che si riveleranno inutili a me e a voi, a buon diritto vi prego di risparmiarmeli."