Traduzione di Paragrafo 50, Libro 3 di Tacito

Versione originale in latino


Contra M'. Lepidus in hunc modum exorsus est: 'si, patres conscripti, unum id spectamus, quam nefaria voce Clutorius Priscus mentem suam et auris hominum polluerit, neque carcer neque laqueus, ne serviles quidem cruciatus in eum suffecerint. Sin flagitia et facinora sine modo sunt, suppliciis ac remediis principis moderatio maiorumque et vestra exempla temperat et vana a scelestis, dicta a maleficiis differunt, est locus sententiae per quam neque huic delictum impune sit et nos clementiae simul ac severitatis non paeniteat. Saepe audivi principem nostrum conquerentem si quis sumpta morte misericordiam eius praevenisset. Vita Clutorii in integro est, qui neque servatus in periculum rei publicae neque interfectus in exemplum ibit. Studia illi ut plena vaecordiae, ita inania et fluxa sunt; nec quicquam grave ac serium ex eo metuas qui suorum ipse flagitiorum proditor non virorum animis sed muliercularum adrepit. Cedat tamen urbe et bonis amissis aqua et igni arceatur: quod perinde censeo ac si lege maiestatis teneretur.'

Traduzione all'italiano


Si oppose Marco Lepido in questi termini: "Se consideriamo, o senatori, solo un fatto, e cioè come Clutorio Prisco abbia, con quelle parole rivoltanti, contaminato il suo pensiero e le orecchie di altre persone, non basterebbero contro di lui né il carcere né il capestro e neppure le torture inflitte agli schiavi. Se la bassezza del crimine è senza limiti, il senso della misura del principe e gli esempi degli antenati e i vostri stessi impongono un giusto equilibrio tra pena e rimedi; del resto, c'è differenza tra boria e scelleratezza, tra parole e fatti colpevoli. C'è spazio per una sentenza, in base alla quale il delitto di costui non resti impunito e noi non dobbiamo pentirci per un eccesso né di clemenza né di severità. Spesso ho sentito il nostro principe esprimere rammarico che qualcuno abbia prevenuto col suicidio un suo atto di clemenza. Clutorio vive ancora: se salvo, non sarà un pericolo per lo stato, ma la sua morte non potrà costituire un esempio. I versi che compone sono pieni di follia e, per ciò appunto, vani e inconsistenti; impossibile temere qualcosa di grave e di serio da un uomo che, rivelando il segreto delle sue vergognose debolezze, non vuole far presa sull'animo di uomini, bensì insinuarsi in quello di donnette. Se ne vada pertanto da Roma e, confiscati i beni, gli sia inflitto l'esilio. Questo penso di proporre, come se il suo gesto dovesse ricadere sotto il delitto di lesa maestà."