Traduzione di Paragrafo 36, Libro 3 di Tacito

Versione originale in latino


Exim promptum quod multorum intimis questibus tegebatur. Incedebat enim deterrimo cuique licentia impune probra et invidiam in bonos excitandi arrepta imagine Caesaris: libertique etiam ac servi, patrono vel domino cum voces, cum manus intentarent, ultro metuebantur. Igitur C. Cestius senator disseruit principes quidem instar deorum esse, sed neque a diis nisi iustas supplicum preces audiri neque quemquam in Capitolium aliave urbis templa perfugere ut eo subsidio ad flagitia utatur. Abolitas leges et funditus versas, ubi in foro, in limine curiae ab Annia Rufilla, quam fraudis sub iudice damnavisset, probra sibi et minae intendantur, neque ipse audeat ius experiri ob effigiem imperatoris oppositam. Haud dissimilia alii et quidam atrociora circumstrepebant, precabanturque Drusum daret ultionis exemplum, donec accitam convictamque attineri publica custodia iussit.

Traduzione all'italiano


Ebbe quindi pubblicità un fatto, di cui, nonostante le segrete lagnanze di molti, non si voleva parlare. Si stava diffondendo infatti tra individui della peggior specie, la pratica perversa di lanciare infamie, provocando risentite reazioni, contro personalità onorate, tenendosi abbracciati a un'immagine di Cesare. E perfino liberti e schiavi, solo che lanciassero accuse o levassero la mano minacciosa contro il padrone, erano loro a farsi temere. Prese allora la parola il senatore Gaio Cestio, per dire che i principi erano sì pari agli dèi, ma che questi ultimi non porgevano orecchio se non a giuste preghiere, e che nessuno cercava rifugio nel Campidoglio o in altri templi di Roma per servirsi di quella protezione per i suoi delitti. Le leggi erano abolite e stravolte, se era consentito che, nel foro o sulla soglia della curia, gli fossero rivolte pesanti offese e minacce da Annia Rufilla, che aveva fatto condannare in tribunale per frode, senza che lui potesse osare di appellarsi alla giustizia, perché gli veniva posta di fronte l'immagine dell'imperatore. Si scatenò allora un coro di proteste, con denunce non dissimili e anche più gravi; e chiedevano a Druso una punizione esemplare. Questi alla fine convocò Rufilla, ne accertò la colpevolezza e la fece rinchiudere in carcere.