Traduzione di Paragrafo 24, Libro 3 di Tacito

Versione originale in latino


Inlustrium domuum adversa (etenim haud multum distanti tempore Calpurnii Pisonem, Aemilii Lepidam amiserant) solacio adfecit D. Silanus Iuniae familiae redditus. Casum eius paucis repetam. Ut valida divo Augusto in rem publicam fortuna ita domi improspera fuit ob impudicitiam filiae ac neptis quas urbe depulit, adulterosque earum morte aut fuga punivit. Nam culpam inter viros ac feminas vulgatam gravi nomine laesarum religionum ac violatae maiestatis appellando clementiam maiorum suasque ipse leges egrediebatur. Sed aliorum exitus simul cetera illius aetatis memorabo si effectis in quae tetendi plures ad curas vitam produxero. D. Silanus in nepti Augusti adulter, quamquam non ultra foret saevitum quam ut amicitia Caesaris Tiberio imperitante deprecari senatum ac principem ausus est M. Silani fratris potentia, qui per insignem nobilitatem et eloquentiam praecellebat. Sed Tiberius gratis agenti Silano patribus coram respondit se quoque laetari quod frater eius e peregrinatione longinqua revertisset, idque iure licitum quia non senatus consulto non lege pulsus foret: sibi tamen adversus eum integras parentis sui offensiones neque reditu Silani dissoluta quae Augustus voluisset. Fuit posthac in urbe eque honores adeptus est.

Traduzione all'italiano


Alle disavventure di casate illustri (infatti a breve distanza di tempo i Calpurnii avevano perso Pisone, gli Emilii Lepida) recò conforto Decimo Silano restituito alla famiglia Giunia. Ripercorrerò in breve le sue vicende. Quanto la fortuna assecondò il divo Augusto nella vita pubblica, tanto gli si rivelò invece avversa nella vita familiare, per la immoralità della figlia e della nipote, che cacciò da Roma, punendone gli amanti con la morte o l'esilio. In realtà, chiamando il rapporto colpevole tra uomini e donne, divenuto tanto frequente, col nome gravemente solenne di sacrilegio e di lesa maestà, si allontanava dalla clemenza degli antichi e dalle sue stesse leggi. Ma mi riservo di narrare la fine di altri personaggi e le altre vicende di quell'età, se, conclusa l'opera cui attendo, mi resterà vita per nuove fatiche. Dunque Decimo Silano, colpevole di adulterio verso la nipote di Augusto, benché l'unico provvedimento preso nei suoi confronti fosse l'esclusione dall'amicizia di Augusto, comprese che ciò significava per lui l'esilio; solo con l'impero di Tiberio osò indirizzare una supplica al senato e al principe, valendosi del peso politico del fratello Marco Silano, che allora primeggiava per nobiltà ed eloquenza. E quando Marco Silano rivolse un ringraziamento a Tiberio, questi rispose al cospetto dei senatori che anche lui si rallegrava per il ritorno di suo fratello da un così lungo viaggio, ma che ciò era suo pieno diritto, perché non era stato allontanato da un provvedimento del senato o da una legge: tuttavia, sul piano personale, riteneva vivo il risentimento di suo padre verso di lui e il ritorno di Silano non annullava la volontà di Augusto. Dopo di che, Decimo Silano risiedette sì a Roma, ma restò estraneo alla vita politica.