Traduzione di Paragrafo 22, Libro 3 di Tacito

Versione originale in latino


At Romae Lepida, cui super Aemiliorum decus L. Sulla et Cn. Pompeius proavi erant, defertur simulavisse partum ex P. Quirinio divite atque orbo. Adiciebantur adulteria venena quaesitumque per Chaldaeos in domum Caesaris, defendente ream Manio Lepido fratre. Quirinius post dictum repudium ad huc infensus quamvis infami ac nocenti miserationem addiderat. Haud facile quis dispexerit illa in cognitione mentem principis: adeo vertit ac miscuit irae et clementiae signa. Deprecatus primo senatum ne maiestatis crimina tractarentur, mox M. Servilium e consularibus aliosque testis inlexit ad proferenda quae velut reicere voluerat. Idemque servos Lepidae, cum militari custodia haberentur, transtulit ad consules neque per tormenta interrogari passus est de iis quae ad domum suam pertinerent. Exemit etiam Drusum consulem designatum dicendae primo loco sententiae; quod alii civile rebantur, ne ceteris adsentiendi necessitas fieret, quidam ad saevitiam trahebant: neque enim cessurum nisi damnandi officio.

Traduzione all'italiano


Intanto a Roma Lepida, che, oltre al lustro del casato degli Emilii, vantava come proavi Lucio Silla e Gneo Pompeo, subisce l'accusa di aver simulato un parto dal matrimonio con Publio Quirinio, ricco e senza figli. All'accusa si aggiungevano adulterii, impiego di veleni e predizioni chieste agli astrologi caldei sulla casa di Cesare: la difendeva il fratello Manio Lepido. Quirinio, col suo accanirsi in un'ostilità senza tregua anche dopo averla ripudiata, le aveva procurato, benché malfamata e colpevole, la compassione della gente. Nel corso dell'inchiesta sarebbe stato difficile intuire i veri sentimenti del principe: troppo volubile era nei suoi trapassi tra collera e clemenza. Cominciò pregando il senato di non tener conto dell'accusa di lesa maestà, ma poi indusse sottilmente il consolare Marco Servilio e altri testimoni a mettere in campo particolari che prima aveva dato l'impressione di voler rimuovere. Fu sempre lui a trasferire sotto il potere dei consoli gli schiavi di Lepida, detenuti nella prigione militare, e non permise che subissero un interrogatorio sotto tortura su fatti relativi alla sua famiglia. Dispensò anche il console designato Druso dall'esprimere per primo il suo parere: gesto interpretato come buon atto politico, perché esimeva gli altri dall'obbligo di adeguarvisi, ma secondo una diversa interpretazione era segno di crudeltà: Druso infatti non avrebbe rinunciato a una sua prerogativa, se non per lasciare ad altri il compito di condannare.