Traduzione di Paragrafo 17, Libro 3 di Tacito

Versione originale in latino


Post quae Tiberius adulescentem crimine civilis belli purgavit, patris quippe iussa nec potuisse filium detrectare, simul nobilitatem domus, etiam ipsius quoquo modo meriti gravem cacum miseratus. Pro Plancina cum pudore et flagitio disseruit, matris preces obtendens, in quam optimi cuiusque secreti questus magis ardescebant. Id ergo fas aviae interfectricem nepotis adspicere, adloqui, eripere senatui. Quod pro omnibus civibus leges obtineant uni Germanico non contigisse. Vitellii et Veranii voce defletum Caesarem, ab imperatore et Augusta defensam Plancinam. Proinde venena et artes tam feliciter expertas verteret in Agrippinam, in liberos eius, egregiamque aviam ac patruum sanguine miserrimae domus exsatiaret. Biduum super hac imagine cognitionis absumptum urgente Tiberio liberos Pisonis matrem uti tuerentur. Et cum accusatores ac testes certatim perorarent respondente nullo, miseratio quam invidia augebatur. Primus sententiam rogatus Aurelius Cotta consul (nam referente Caesare magistratus eo etiam munere fungebantur) nomen Pisonis radendum fastis censuit, partem bonorum publicandam, pars ut Cn. Pisoni filio concederetur isque praenomen mutaret; M. Piso exuta dignitate et accepto quinquagies sestertio in decem annos relegaretur, concessa Plancinae incolumitate ob preces Augustae.

Traduzione all'italiano


Dopo di che Tiberio scagionò il giovane dall'accusa di aver provocato la guerra civile: erano ordini del padre - disse - e non poteva un figlio sottrarvisi; lo impietosiva, del resto, la nobiltà della famiglia e la tragica fine di lui, per quanto meritata. In difesa di Plancina parlò non senza imbarazzo e vergogna, accampando le preghiere della madre, contro la quale prendeva a divampare la segreta riprovazione delle persone migliori. Com'era concepibile - pensavano - che la nonna potesse guardare in faccia, che potesse rivolgere la parola e sottrarre al senato la donna che le aveva ucciso il nipote? Ciò che le leggi garantiscono a ogni cittadino, non aveva potuto valere per il solo Germanico! A piangere Germanico s'era levata la voce di Vitellio e di Veranio, mentre dall'imperatore e da Augusta era venuta la difesa di Plancina. Non le restava allora che volgere i suoi veleni e le sue arti, già sperimentate con tanto successo, contro Agrippina e i suoi figli, perché quelle degnissime persone, nonna e zio, fossero saziati del sangue di una famiglia tanto sventurata. Questa farsa di inchiesta durò due giorni, tra le continue sollecitazioni di Tiberio ai figli di Pisone, perché difendessero la madre. Ma poiché accusatori e testimoni, a gara, ribadivano le accuse, senza che alcuno si alzasse a difesa, andava prendendo corpo la compassione invece dell'ostilità. Il console Aurelio Cotta, che fu il primo a esprimere il suo parere (infatti quando era il principe a fare la relazione, i magistrati in carica svolgevano anche quel compito), propose la cancellazione di Pisone dai fasti consolari, una confisca parziale dei beni, riservandone una parte al figlio Gneo Pisone, che avrebbe però dovuto mutare il suo prenome; la relegazione per dieci anni di Marco Pisone, privato della dignità senatoria, col beneficio però del sussidio di cinque milioni di sesterzi; e proponeva di accordare l'immunità a Plancina, grazie alle intercessioni di Augusta.