Traduzione di Paragrafo 16, Libro 3 di Tacito

Versione originale in latino


Audire me memini ex senioribus visum saepius inter manus Pisonis libellum quem ipse non vulgaverit; sed amicos eius dictitavisse, litteras Tiberii et mandata in Germanicum contineri, ac destinatum promere apud patres principemque arguere, ni elusus a Seiano per vana promissa foret; nec illum sponte extinctum verum immisso percussore. Quorum neutrum adseveraverim: neque tamen occulere debui narratum ab iis qui nostram ad iuventam duraverunt. Caesar flexo in maestitiam ore suam invidiam tali morte quaesitam apud senatum . . . . . Crebrisque interrogationibus exquirit qualem Piso diem supremum noctemque exegisset. Atque illo pleraque sapienter quaedam inconsultius respondente, recitat codicillos a Pisone in hunc ferme modum compositos: 'conspiratione inimicorum et invidia falsi criminis oppressus, quatenus veritati et innocentiae meae nusquam locus est, deos inmortalis testor vixisse me, Caesar, cum fide adversum te neque alia in matrem tuam pietate; vosque oro liberis meis consulatis, ex quibus Cn. Piso qualicumque fortunae meae non est adiunctus, cum omne hoc tempus in urbe egerit, M. Piso repetere Syriam dehortatus est. Atque utinam ego potius filio iuveni quam ille patri seni cessisset. Eo impensius precor ne meae pravitatis poenas innoxius luat. Per quinque et quadraginta annorum obsequium, per collegium consulatus quondam divo Augusto parenti tuo probatus et tibi amicus nec quicquam post haec rogaturus salutem infelicis filii rogo.' de Plancina nihil addidit.

Traduzione all'italiano


Mi ricordo d'aver sentito raccontare dai vecchi che Pisone fu visto molto spesso con un libretto, tra le mani, da lui però non divulgato, ma che i suoi amici insistevano nell'asserire che contenesse una lettera di Tiberio e le istruzioni contro Germanico e che Pisone era deciso a produrle in senato e mettere sotto accusa il principe, se non lo avesse distolto Seiano con vane promesse; e si diceva che la sua morte non fu suicidio, bensì opera di un sicario fatto entrare nella sua stanza. Non mi pronuncio per nessuna delle due ipotesi; tuttavia non potevo stendere il silenzio su un fatto raccontato da uomini vissuti fino agli anni della mia giovinezza. Tiberio, col volto improntato a mestizia, lamentò in senato che con tale morte si mirava a farlo apparire odioso, e poi, convocato Marco Pisone, gli rivolse molte domande su come il padre avesse trascorso l'ultimo giorno e l'ultima notte. E di fronte alle risposte, in genere misurate, salvo qualche affermazione troppo avventata, gli dà lettura dello scritto di Pisone, il cui tenore era sostanzialmente questo: "Vittima di una congiura dei miei avversari e dell'odiosità di una falsa accusa, visto che non si lascia spazio alcuno alla verità della mia innocenza, chiamo a testimoni gli dèi immortali, o Cesare, di essere stato in vita sempre leale verso di te e altrettanto devoto a tua madre. E vi scongiuro di provvedere ai miei figli, dei quali Gneo Pisone non è mai stato legato al mio destino, qualunque fosse, poiché è rimasto in tutto questo tempo a Roma, mentre Marco Pisone mi sconsigliò di tornare in Siria. Avessi io ascoltato il mio giovane figlio e non lui il vecchio padre! Ecco perché tanto più caldamente supplico che su di lui, innocente, non ricada la pena dei miei errori. Per quarantacinque anni di obbedienza, per l'essere stato tuo collega nel consolato, onorato dalla stima del divo Augusto, tuo padre, e legato a te da amicizia, io - e poi non chiederò più nulla - ti chiedo la salvezza di questo mio figlio infelice." E per Plancina, non aggiunse una parola.