Traduzione di Paragrafo 88, Libro 2 di Tacito

Versione originale in latino


Reperio apud scriptores senatoresque eorundem temporum Adgandestrii principis Chattorum lectas in senatu litteras, quibus mortem Arminii promittebat si patrandae neci venenum mitteretur, responsumque esse non fraude neque occultis, sed palam et armatum populum Romanum hostis suos ulcisci. Qua gloria aequabat se Tiberius priscis imperatoribus qui venenum in Pyrrum regem vetuerant prodiderantque. Ceterum Arminius abscedentibus Romanis et pulso Maroboduo regnum adfectans libertatem popularium adversam habuit, petitusque armis cum varia fortuna certaret, dolo propinquorum cecidit: liberator haud dubie Germaniae et qui non primordia populi Romani, sicut alii reges ducesque, sed florentissimum imperium lacessierit, proeliis ambiguus, bello non victus. Septem et triginta annos vitae, duodecim potentiae explevit, caniturque adhuc barbaras apud gentis, Graecorum annalibus ignotus, qui sua tantum mirantur, Romanis haud perinde celebris, dun vetera extollimus recentium incuriosi.

Traduzione all'italiano


Tra le pagine di scrittori e senatori di quel tempo trovo che fu letta in senato una lettera di Adgandestrio, principe dei Catti, in cui prometteva la morte di Arminio, se gli avessero inviato il veleno necessario all'assassinio, e la risposta fu che non con l'inganno e le trame segrete, ma a viso aperto e con le armi in pugno il popolo romano prendeva vendetta dei suoi nemici. Tiberio si vantava, così, di eguagliare gli antichi comandanti, che avevano rifiutato il veleno contro il re Pirro e denunciato le trame a suo danno. Peraltro, dopo la partenza dei Romani e la cacciata di Maroboduo, Arminio, nella sua pretesa di farsi re, si scontrò con lo spirito di libertà del suo popolo. Affrontato in armi, combatté con varia fortuna, ma poi cadde per il tradimento dei suoi congiunti. Ebbe senza dubbio il merito d'aver difeso la libertà dei Germani e d'aver sfidato il popolo romano, non come altri re e condottieri, al suo nascere, ma in un impero al colmo della potenza; con alterna fortuna sul campo, ma invitto in guerra. Compì trentasette anni di vita, ne trascorse dodici al potere; ancor oggi vivo nei canti dei popoli barbari, benché ignoto agli annali dei Greci, che ammirano solo le proprie gesta. E non è celebrato come merita neppure tra noi Romani, che, poco attenti al presente, esaltiamo solo il passato.