Traduzione di Paragrafo 63, Libro 2 di Tacito

Versione originale in latino


Maroboduo undique deserto non alind subsidium quam misericordia Caesaris fuit. Transgressus Danuvium, qua Noricam provinciam praefluit, scripsit Tiberio non ut profugus aut supplex sed ex memoria prioris fortunae: nam multi s nationibus clarissimum quondam regem ad se vocantibus Romanam amicitiam praetulisse. Responsum a Caesare tutam ei honoratamque sedem in Italia fore, si maneret: sin rebus eius aliud conduceret, abiturum fide qua venisset. Ceterum apud senatum disseruit non Philippum Atheniensibus, non Pyrrhum aut Antiochum populo Romano perinde metuendos fuisse. Extat oratio qua magnitudinem viri, violentiam subiectarum ei gentium et quam propinquns Italiae hostis, suaque in destruendo eo consilia extulit. Et Marobodous quidem Ravennae habitus, si quando insolescerent Suebi quasi rediturus in regnum ostentabatur: sed non excessit Italia per duodeviginti annos consenuitque multum imminuta claritate ob nimiam vivendi cupidinem. Idem Catualdae casus neque aliud perfugium. Pulsus haud multo post Hermundurorum opibus et Vibilio duce receptusque, Forum Iulium, Narbonensis Galliae coloniam, mittitur. Barbari utrumque comirati, ne quietas provincias immixti turbarent, Danuvium ultra inter flumina Marum et Cusum locantur, dato rege Vannio gentis Quadorum.

Traduzione all'italiano


A Maroboduo, abbandonato da ogni parte, non rimase altra risorsa che la pietà di Tiberio. Passato il Danubio, là dove lambisce la provincia del Norico, scrisse a Tiberio, non da supplice o esule, bensì da uomo che non dimentica la passata grandezza: quando in passato - ricordava - molti popoli lo chiamavano a sé quale re ormai famosissimo, aveva preferito l'amicizia di Roma. Gli rispose Cesare che lo aspettava in Italia una sicura e onorata dimora, se intendeva rimanere, ma se altro gli conveniva, poteva andarsene libero com'era venuto. Peraltro in senato spiegò che Maroboduo era da temersi quanto non lo era stato Filippo per gli Ateniesi, Pirro o Antioco per i Romani. Esiste ancora il testo del suo discorso, in cui rilevava la grandezza del personaggio, l'aggressiva fierezza dei popoli a lui sottoposti, la vicinanza di un simile nemico all'Italia e il suo piano per distruggerlo. Maroboduo fu tenuto a Ravenna, con l'incombente minaccia di rimetterlo sul trono, se mai gli Svevi avessero cominciato ad agitarsi. Quanto a lui, non uscì dall'Italia nel corso di diciotto anni e invecchiò, lasciando declinare la sua fama per troppa voglia di vivere. Analogo il destino di Catualda e non diverso il rifugio: scacciato non molto dopo, col ricorso agli Ermunduri, capitanati da Vibilio, e accolto da noi, fu inviato a Foro Giulio, colonia della Gallia Narbonense. I barbari, che avevano accompagnato i due esuli, perché non si mescolassero alla popolazione e non turbassero province quiete, furono stanziati al di là del Danubio, tra i fiumi Maro e Cuso, e fu loro assegnato come re Vannio della tribù dei Quadi.