Traduzione di Paragrafo 46, Libro 2 di Tacito

Versione originale in latino


Neque Maroboduns iactantia sui aut probris in hostem abstinebat, sed Inguiomerum tenens illo in corpore decus omne Cheruscorum, illius consiliis gesta quae prospere ceciderint testabatur: vaecordem Arminium et rerum nescium alienam gloriam in se trahere, quoniam tres vagas legiones et ducem fraudis ignarum perfidia deceperit, magna cum clade Germaniae et ignominia sua, cum coniunx, cum fiius eius servitium adhuc tolerent. At se duodecim legionibus petitum duce Tiberio inlibatam Germanorum gloriam servavisse, mox condicionibus aequis discessum; neque paenitere quod ipsorum in manu sit, integrum adversum Romanos bellum an pacem incruentam malint. His vocibus instinctos exercitus propriae quoque causae stimulabant, cum a Cheruscis Langobardisque pro antiquo decore aut recenti libertate et contra augendae dominationi certaretur. Non alias maiore mole concursum neque ambiguo magis eventu, fusis utrimque dextris cornibus; sperabaturque rursum pugna, ni Maroboduns castra in collis subduxisset. Id signum perculsi fuit; et transfugiis paulatim nudatus in Marcomanos concessit misitque legatos ad Tiberium oraturos auxilia. Responsum est non lure eum adversus Cheruscos arma Romana invocare, qui pugnantis in eundem hostem Romanos nulla ope iuvisset. Missus tamen Drusus, ut rettulimus, paci firmator.

Traduzione all'italiano


Nemmeno Maroboduo risparmiava vanto a sé e insulti al nemico; ma, tenendo per mano Inguiomero, garantiva che solo nella sua persona stava tutto l'onore dei Cherusci e che i successi raggiunti si dovevano alle sue scelte. Diceva che Arminio, pazzo e privo d'esperienza, si faceva bello della gloria altrui, perché solo con la perfidia aveva ingannato tre legioni sbandate e un comandante che non si attendeva il tradimento, con conseguenze spaventose per la Germania e con sua vergogna personale, dato che la moglie e il figlio erano ancora in condizioni di schiavitù. Quanto a sé invece, attaccato da dodici legioni guidate da Tiberio, aveva saputo serbare senza macchia la gloria dei Germani e lo scontro s'era concluso senza vincitori né vinti: era perciò ben contento che dipendesse da loro decidere se preferivano una nuova guerra contro i Romani o una pace incruenta. Gli eserciti, spronati da tali parole, erano anche sollecitati da motivi particolari, perché i Cherusci e i Langobardi combattevano per l'antica dignità e la recente libertà, mentre dall'altra parte si lottava per accrescere un dominio. Mai altrove si vide uno scontro di dimensioni maggiori e con esito più incerto, per la rotta, sui due fronti delle due ali destre; e la battaglia si sarebbe rinnovata, se Maroboduo non avesse ritirato l'accampamento sui colli. Fu il segnale del disastro; progressivamente sguarnito dalle diserzioni, riparò dai Marcomanni e inviò ambasciatori a Tiberio per chiedere aiuto. La risposta fu che non aveva diritto di invocare le armi romane contro i Cherusci, per non avere lui in nulla aiutato i Romani, quando combattevano lo stesso nemico. Venne però inviato Druso, come già detto, a garantire la pace.