Traduzione di Paragrafo 45, Libro 2 di Tacito

Versione originale in latino


Igitur non modo Cherusci sociique eorum, vetus Arminii miles, sumpsere bellum, sed e regno etiam Marobodui Suebae gentes, Semnones ac Langobardi, defecere ad eum. Quibus additis praepollebat, ni Inguiomerus cum manu clientium ad Maroboduum perfugisset, non aliam ob causam quam quia fratris filio iuveni patruus senex parere dedignabatur. Deriguntur acies, pari utrimque spe, nec, ut olim apud Germanos, vagis incursibus aut disiectas per catervas: quippe longa adversum nos militia insueverant sequi signa, subsidiis firmari, dicta imperatorum accipere. Ac tunc Arminius equo conlustrans cuncta, ut quosque advectus erat, reciperatam libertatem, trucidatas legiones, spolia adhuc et tela Romanis derepta in manibus multorum ostentabat; contra fugacem Maroboduum appellans, proeliorum expertem, Hercyniae latebris defensum; ac mox per dona et legationes petivisse foedus, proditorem patriae, satellitem Caesaris, haud minus infensis animis exturbandum quam Varum Quintilium interfecerint. Meminissent modo tot proeliorum, quorum eventu et ad postremum eiectis Romanis satis probatum, penes utros summa belli fuerit.

Traduzione all'italiano


Iniziarono dunque la guerra non solo i Cherusci coi loro alleati, vecchi soldati di Arminio, ma passarono dalla sua parte anche alcune delle popolazioni sveve, cioè i Semnoni e i Langobardi, che pure facevano parte del regno di Maroboduo. Con il loro apporto sarebbero stati superiori, se Inguiomero non si fosse rifugiato presso Maroboduo con una schiera di seguaci, per il solo motivo di non rassegnarsi a obbedire, lui vecchio zio, al giovane figlio del fratello. Si affrontano schierati i due eserciti, con pari speranza di successo, e non più, come un tempo facevano i Germani, con attacchi isolati di masse disordinate; perché la lunga esperienza militare fatta contro di noi li aveva addestrati a seguire le insegne, a impiegare le riserve, a eseguire gli ordini di chi comanda. Allora dunque Arminio, nel passare a cavallo tutti in rassegna, accostandosi ai singoli reparti, vantava la ricuperata libertà e il massacro delle legioni, indicando le spoglie e le armi romane, che vedeva ancora impugnate da molti; e all'inverso chiamava Maraboduo disertore, inesperto di battaglie, protetto dai segreti rifugi della selva Ercinia, uno che aveva mendicato con doni e ambascerie l'alleanza romana, un traditore della patria, un satellite di Cesare, che meritava d'essere spazzato via con lo stesso furore con cui avevano eliminato Quintilio Varo. Si ricordassero solo di tante battaglie, il cui esito, con la conclusiva cacciata dei Romani, stava a provare senza ombra di dubbio a quale dei due popoli spettasse il primato in guerra.