Traduzione di Paragrafo 42, Libro 2 di Tacito

Versione originale in latino


Ceterum Tiberius nomine Germanici trecenos plebi sestertios viritim dedit seque collegam consulatui eius destinavit. Nec ideo sincerae caritatis fidem adsecutus amoliri iuvenem specie honoris statuit struxitque causas aut forte oblatas arripuit. Rex Archelaus quinquagesimum annum Cappadocia potiebatur, invisus Tiberio quod eum Rhodi agentem nullo officio coluisset. Nec id Archelaus per superbiam omiserat, sed ab intimis Augusti monitus, quia florente Gaio Caesare missoque ad res Orientis intuta Tiberii amicitia credebatur. Ut versa Caesarum subole imperium adeptus est, elicit Archelaum matris litteris, quae non dissimulatis filii offensionibus clementiam offerebae, si ad precandum veniret. Ille ignarus doli vel, si intellegere crederetur, vim metuens in urbem properat; exceptusque immiti a principe et mox accusatus in senatu, non ob crimina quae fingebantur sed angore, simul fessus senio et quia regibus aequa, nedum infima insolita sunt, finem vitae sponte an fato implevit. Regnum in provinciam redactum est, fructibusque eius levari posse centesimae vectigal professus Caesar ducentesimam in posterum statuit. Per idem tempus Antiocho Commagenorum, Philopatore Cilicum regibus defunctis turbabantur nationes, plerisque Romanum, aliis regium imperium cupientibus; et provinciae Syria atque Iudaea, fessae oneribus, deminutionem tributi orabant.

Traduzione all'italiano


Tiberio inoltre distribuì, a nome di Germanico, trecento sesterzi a testa alla plebe e si designò come suo collega al consolato. Non riuscì peraltro a convincere sulla sincerità del suo affetto e, deciso ad allontanare il giovane dietro la finzione di nuovi onori per lui, inventò pretesti o s'appigliò a quelli che il caso gli offriva. Aveva da cinquant'anni in suo potere la Cappadocia il re Archelao, inviso a Tiberio, perché, durante il suo soggiorno a Rodi, quel re non l'aveva mai ossequiato. Tale omissione di Archelao non era dovuta a superbia, ma così l'avevano consigliato gli intimi di Augusto, che valutavano l'amicizia con Tiberio non priva di rischi, proprio quando Gaio Cesare, nel pieno dell'età e della potenza, era stato inviato a mettere ordine nella situazione in Oriente. Quando Tiberio, estinta la linea dei Cesari, ebbe in mano il potere, attira a Roma Archelao, con una lettera della madre, la quale, lasciando ben trasparire il risentimento del figlio, gli offriva clemenza, se fosse venuto a scongiurarlo. Quello, ignaro dell'inganno, o, se si vuol credere che l'avesse intuito, temendo dure rappresaglie, si precipita a Roma. Viene accolto duramente dal principe e poi sottoposto ad accuse in senato, finché stremato non dalle accuse montate contro di lui, bensì dallo stato di angoscia oltre che dall'età avanzata e dal fatto che i re non sono abituati a rapporti di parità e tanto meno alle condizioni più umilianti, cessò di vivere o per scelta o per destino. Il regno fu trasformato in provincia e, avendo Cesare dichiarato che con i proventi di quella provincia si poteva alleggerire l'imposta sulle vendite dell'uno per cento, fissò tale imposta al mezzo per cento. In quel periodo, venuti a morte Antioco, re della Commagene, e Filopatore, re di Cilicia, si erano verificati torbidi tra quelle popolazioni, con una maggioranza favorevole ai Romani e gli altri a una monarchia propria; e le province di Siria e di Giudea, oppresse dai carichi fiscali, chiedevano una diminuzione dei tributi.