Traduzione di Paragrafo 34, Libro 2 di Tacito

Versione originale in latino


Inter quae L. Piso ambitum fori, corrupta iudicia, saevitiam oratorum accusationes minitantium increpans, abire se et cedere urbe, victurum in aliquo abdito et longinquo rure testabatur; simul curiam relinquebat. Commotus est Tiberius, et quamquam mitibus verbis Pisonem permulsisset, propinquos quoque eius impulit ut abeuntem auctoritate vel precibus tenerent. Haud minus liberi doloris documentum idem Piso mox dedit vocata in ius Vrgulania, quam supra leges amicitia Augustae extulerat. Nec aut Vrgulania optemperavit, in domum Caesaris spreto Pisone vecta, aut ille abscessit, quamquam Augusta se violari et imminui quereretur. Tiberius hactenus indulgere matri civile ratus, ut se iturum ad praetoris tribunal, adfuturum Vrgulaniae diceret, processit Palatio, procul sequi iussis militibus. Spectabatur occursante populo compositus ore et sermonibus variis tempus atque iter ducens, donec propinquis Pisonem frustra coercentibus deferri Augusta pecuniam quae petebatur iuberet. Isque finis rei, ex qua neque Piso inglorius et Caesar maiore fama fuit. Ceterum Vrgulaniae potentia adeo nimia civitati erat ut testis in causa quadam, quae apud senatum tractabatur, venire dedignaretur: missus est praetor qui domi interrogaret, cum virgines Vestales in foro et iudicio audiri, quotiens testimonium dicerent, vetus mos fuerit.

Traduzione all'italiano


Fu in questo contesto che Lucio Pisone, nel mettere sotto accusa gli intrighi dei tribunali, la venalità dei giudici, la violenza degli oratori, che brandivano sempre accuse contro qualcuno, affermò il proposito di andarsene dalla città, per vivere in campagna in un ritiro lontano e appartato; e intanto fece l'atto di lasciare la curia. Tiberio ne fu scosso e, pur avendo cercato di rabbonire Pisone con miti parole, insistette anche presso i suoi amici, perché gli impedissero di andarsene, con l'autorità o con le preghiere. Testimonianza di sdegno non meno libero diede, poco dopo, lo stesso Pisone, citando in giudizio Urgulania, che l'amicizia di Augusta aveva posto al di sopra delle leggi. Se Urgulania non obbedì, facendosi portare, in spregio a Pisone, nella dimora di Cesare, quello non desistette, per quanto Augusta si lagnasse di sentirsi offesa e sminuita. Tiberio, ritenendo di non abusare della sua posizione se accondiscendeva alla madre fino al punto di prometterle di presentarsi in tribunale per difendere personalmente Urgulania, uscì da palazzo e i soldati ebbero l'ordine di seguirlo a distanza. Accorreva la gente a vedere Tiberio che, in atteggiamento disteso, consumava, strada facendo, il tempo con discorsi vari, finché, rivelatesi inutili le pressioni dei familiari su Pisone, Augusta diede ordine di portare la somma di denaro richiesta. Così si concluse quella vicenda, dalla quale Pisone uscì non senza gloria e Tiberio n'ebbe accresciuta la fama. Peraltro lo strapotere di Urgulania rispetto agli altri cittadini era tale che, chiamata come testimone in una causa discussa davanti al senato, non si degnò di presentarsi: le inviarono un pretore a interrogarla a casa, mentre, secondo una prassi antica, le stesse vergini vestali, se chiamate a testimoniare, erano ascoltate nel foro e in tribunale.