Traduzione di Paragrafo 33, Libro 2 di Tacito

Versione originale in latino


Proximo senatus die multa in luxum civitatis dicta a Q. Haterio consulari, Octavio Frontone praetura functo; decretumque ne vasa auro solida ministrandis cibis fierent, ne vestis serica viros foedaret. Excessit Fronto ac postulavit modum argento, supellectili, familiae: erat quippe adhuc frequens senatoribus, si quid e re publica crederent, loco sententiae promere. Contra Gallus Asinius disseruit: auctu imperii adolevisse etiam privatas opes, idque non novum, sed e vetustissimis moribus: aliam apud Fabricios, aliam apud Scipiones pecuniam; et cuncta ad rem publicam referri, qua tenui angustas civium domos, postquam eo magnificentiae venerit, gliscere singulos. Neque in familia et argento quaeque ad usum parentur nimium aliquid aut modicum nisi ex fortuna possidentis. Distinctos senatus et equitum census, non quia diversi natura, sed ut locis ordinibus dignationibus antistent, ita iis quae ad requiem animi aut salubritatem corporum parentur, nisi forte clarissimo cuique pluris curas, maiora pericula subeunda, delenimentis curarum et periculorum carendum esse. Facilem adsensum Gallo sub nominibus honestis confessio vitiorum et similitudo audientium dedit. Adiecerat et Tiberius non id tempus censurae nec, si quid in moribus labaret, defuturum corrigendi auctorem.

Traduzione all'italiano


Nella successiva seduta del senato, si dilungarono contro il lusso della città il consolare Quinto Aterio e l'ex pretore Ottavio Frontone; fu proibita, con un decreto, la costruzione di recipienti d'oro massiccio per servire i cibi in tavola e, per gli uomini, le vesti di seta, perché degradanti. Frontone andò oltre e chiese un limite al possesso di oggetti d'argento, di suppellettili e di schiavi: perché era ancora una pratica corrente, tra i senatori, esprimere il proprio parere su fatti attinenti la vita pubblica. Parere contrario espresse Asinio Gallo: con la crescita dell'impero - diceva - erano aumentate anche le proprietà private, e tutto ciò non era un fatto nuovo, bensì conforme a pratiche molto antiche: altro era il valore del denaro per i Fabrizi, altro per gli Scipioni; tutto aveva come termine di paragone lo stato, che, povero, aveva visto case modestissime per i suoi cittadini, ma, salito a un livello di grande splendore, consentiva ora lo sviluppo della ricchezza dei singoli. Quanto agli schiavi, agli argenti e a tutto ciò che serve per le comuni necessità, l'eccesso o la giusta misura dipendono solo dalle condizioni economiche di chi li possiede. Se per censo senatori e cavalieri si distinguevano dagli altri, non era perché fossero uomini di natura speciale, ma perché, come spettavano loro, avanti agli altri, posti riservati, distinzioni, riguardi, lo stesso valeva per ciò che assicura il riposo dell'animo e la salute del corpo, a meno di non credere che chi vive più preoccupazioni e affronta maggiori pericoli non debba beneficiare di quanto serve ad alleviare affanni e rischi. Questa esplicita ammissione di vizi comuni a tutti gli ascoltatori, ammantata di belle parole, garantì a Gallo un facile successo. E anche Tiberio aveva aggiunto che quello non era tempo di censure e che, in caso di cedimenti sul piano del costume, non sarebbe mancata la persona capace di correggerli.