Traduzione di Paragrafo 26, Libro 2 di Tacito

Versione originale in latino


Reductus inde in hiberna miles, laetus animi quod adversa marls expeditione prospera pensavisset. Addidit munificentiam Caesar, quantum quis damni professus erat exsolvendo. Nec dubium habebatur labare hostis petendaeque pacis consilia sumere, et si proxima aestas adiceretur, posse bellum patrari. Sed crebris epistulis Tiberius monebat rediret ad decretum triumphum: satis iam eventuum, satis casuum. Prospera illi et magna proelia: eorum quoque meminisset, quae venti et fluctus, nulla ducis culpa, gravia tamen et saeva damna intulissent. Se novies a divo Augusto in Germaniam missum plura consilio quam vi perfecisse. Sic Sugambros in deditionem acceptos, sic Suebos regemque Maroboduum pace obstrictum. Posse et Cheruscos ceterasque rebellium gentis, quoniam Romanae ultioni consultum esset, internis discordiis relinqui. Precante Germanico annum efficiendis coeptis, acrius modestiam eius adgreditur alterum consulatum offerendo cuius munia praesens obiret. Simul adnectebat, si foret adhuc bellandum, relinqueret materiem Drusi fratris gloriae, qui nullo tum alio hoste non nisi apud Germanias adsequi nomen imperatorium et deportare lauream posset. Haud cunctatus est ultra Germanicus, quamquam fingi ea seque per invidiam parto iam decori abstrahi intellegeret.

Traduzione all'italiano


Furono ricondotti i soldati nei quartieri invernali, lieti per aver compensato le perdite in mare col successo della spedizione. E alla gioia Cesare aggiunse la sua generosità: risarcì a ciascuno i danni dichiarati. Si dava per certo che il nemico stesse per cedere e fosse ormai orientato a chiedere la pace, sicché, se le operazioni fossero proseguite nell'estate successiva, era possibile chiudere la guerra. Ma Tiberio, con frequenti lettere, lo consigliava di tornare per il trionfo già decretato: tutti quegli avvenimenti, felici o meno felici, potevano bastare. Germanico aveva accumulato successi in grandi battaglie; doveva tenere però presenti i danni gravi e tremendi, recati, pur senza colpa del comandante, da venti e flutti. Quanto a sé, inviato ben nove volte in Germania dal divo Augusto, aveva compiuto la sua missione più con la prudenza che con la forza. Così aveva accettato la resa dei Sigambri, così aveva costretto alla pace gli Svevi e il re Maroboduo. Anche i Cherusci e gli altri popoli ribelli, ora che la vendetta romana aveva avuto il suo corso, si potevano lasciare alle discordie interne. E alla richiesta di Germanico di avere ancora un anno per concludere le operazioni, fece un appello più pressante al suo senso della disciplina, offrendogli un secondo consolato, carica che richiedeva la sua presenza a Roma. E intanto aggiungeva che, nel caso di altre guerre, era bene lasciare una possibilità di gloria al fratello Druso, il quale, in mancanza di altri nemici, solo coi Germani poteva conquistarsi il titolo di imperator e meritare la corona d'alloro. Germanico non indugiò oltre, pur comprendendo che si trattava di finzioni e che lo si allontanava per gelosia dal prestigio militare già conseguito.