Traduzione di Paragrafo 10, Libro 16 di Tacito

Versione originale in latino


Haud minus prompte L. Vetus socrusque eius Sextia et Pollitta filia necem subiere, invisi principi tamquam vivendo exprobrarent interfectum esse Rubellium Plautum, generum Luci Veteris. Sed initium detegendae saevitiae praebuit interversis patroni rebus ad accusandum transgrediens Fortunatus libertus, adscito Claudio Demiano, quem ob flagitia vinctum a Vetere Asiae pro consule exolvit Nero in praemium accusationis. Quod ubi cognitum reo seque et libertum pari sorte componi, Formianos in agros digreditur: illic eum milites occulta custodia circumdant. Aderat filia, super ingruens periculum longo dolore atrox, ex quo percussores Plauti mariti sui viderat; cruentamque cervicem eius amplexa servabat sanguinem et vestis respersas, vidua inpexa luctu continuo nec ullis alimentis nisi quae mortem arcerent. Tum hortante patre Neapolim pergit; et quia aditu Neronis prohibebatur, egressus obsidens, audiret insontem neve consulatus sui quondam collegam dederet liberto, modo muliebri eiulatu, aliquando sexum egressa voce infensa clamitabat, donec princeps immobilem se precibus et invidiae iuxta ostendit.

Traduzione all'italiano


Altrettanto decisi affrontarono la morte Lucio Vetere, sua suocera Sestia e la figlia Pollitta, invisi al principe, perché, vivendo, erano un rimprovero permanente dell'avvenuta uccisione di Rubellio Plauto, genero di Lucio Vetere. Ma l'occasione per il definitivo smascheramento della sua crudeltà fu offerta a Nerone dal liberto Fortunato, che, dopo aver distrutto le sostanze del suo patrono, era passato ad accusarlo, servendosi come spalla di Claudio Demiano, il quale, imprigionato per vergognosi reati da Vetere, quand'era proconsole d'Asia, venne lasciato libero da Nerone, come compenso delle sue accuse. Quando Vetere venne a sapere di questo sopruso, che cioè era messo sullo stesso piano del suo liberto, si reca nel suo podere di Formia. Lì i soldati lo circondano e lo tengono segretamente sotto sorveglianza. Era con lui la figlia, resa dura e decisa, oltre che dal pericolo incombente, da un lungo dolore, da quando aveva visto gli uccisori di suo marito Plauto: ne aveva stretto fra le braccia il capo insanguinato e conservava il sangue rimasto sulle vesti macchiate; vedova asserragliata in un lutto senza fine, rifiutava ogni cibo, se non quel tanto per mantenersi in vita. Allora, su pressione del padre, si reca a Napoli e, poiché le impedivano di arrivare a Nerone, insisteva, senza muoversi dalla porta d'ingresso, perché il principe ascoltasse un'innocente e non consegnasse nelle mani di un liberto chi gli era stato collega nel consolato, e gridava il suo lamento femminile, ma non era da donna il tono deciso e minaccioso. E così persistette, finché Nerone non si rivelò inaccessibile sia alle preghiere sia alle invettive.