Traduzione di Paragrafo 1, Libro 16 di Tacito

Versione originale in latino


Inlusit dehinc Neroni fortuna per vanitatem ipsius et promissa Caeseili Bassi, qui origine Poenus, mente turbida, nocturnae quietis imaginem ad spem haud dubiae rei traxit, vectusque Romam, principis aditum emercatus, expromit repertum in agro suo specum altitudine immensa, quo magna vis auri contineretur, non in formam pecuniae sed rudi et antiquo pondere. Lateres quippe praegravis iacere, adstantibus parte alia columnis; quae per tantum aevi occulta augendis praesentibus bonis. Ceterum, ut coniectura demonstrabat, Dido Phoenissam Tyro profugam condita Carthagine illas opes abdidisse, ne novus populus nimia pecunia lasciviret aut reges Numidarum, et alias infensi, cupidine auri ad bellum accenderentur.

Traduzione all'italiano


La fortuna si fece poi beffe di Nerone, preda della propria leggerezza e delle promesse di un Cesellio Basso, un cartaginese che, nella sua mente squilibrata, diede a immagini sognate di notte la configurazione e l'attesa di un fatto certo. Venne a Roma, si comprò l'accesso al principe e gli rivelò d'aver scoperto, in una sua proprietà, una caverna profondissima, in cui giaceva un'enorme quantità d'oro, non coniato in monete ma in blocchi rozzi, secondo l'uso antico. Giacevano al suolo pesantissimi lingotti e, altrove, si ergevano colonne: una ricchezza rimasta nascosta tanto a lungo per accrescere la felicità dell'età presente. Doveva trattarsi, secondo le congetture esposte da Basso, del tesoro nascosto dalla fenicia Didone, profuga da Tiro, dopo la fondazione di Cartagine, perché il nuovo popolo non venisse corrotto dalle eccessive ricchezze e i re di Numidia, già ostili per altre ragioni, non fossero, dalla cupidigia dell'oro, indotti alla guerra.