Traduzione di Paragrafo 71, Libro 15 di Tacito

Versione originale in latino


Sed compleri interim urbs funeribus, Capitoliam victimis; alius filio, fratre alius aut propinquo aut amico interfectis, agere grates dies, ornare lauru domum, genua ipsius advolvi et dextram osculis fatigare. Atque ille gaudium id credens Antonii Natalis et Cervarii Proculi festinata indicia impunitate remuneratur. Milichus praemiis ditatus conservatoris sibi nomen Graeco eius rei vocabulo adsumpsit. E tribunis Gavius Silvanus, quamvis absolutus, sua manu cecidit: Statius Proxumus veniam, quam ab imperatore acceperat, vanitate exitus conrupit. Exuti dehinc tribunatu Pompeius [...], Gaius Martialis, Flavius Nepos, Statius Domitius, quasi principem non quidem odissent, sed tamen ex[is]timarentur. Novio Prosco per amicitiam Senecae et Glitio Gallo atque Annio Pollioni infamatis magis quam convictis data exilia. Priscum Artoria Flaccilla coniux comitata est, Gallum Egnatia Maximilla, magnis primum et integris opibus, post ademptis; quae utraqe gloriam eius auxere. Pellitur et Rufrius Crispinus occasione coniurationis, sed Neroni invisus, quod Poppaeam quondam matrimonio tenuerat. Verginium [Flavum et Musonium] Rufum claritudo nominis expulit: nam Verginius studia iuvenum eloquentia, Musonius praeceptis sapientiae fovebat. Cluvidieno Quieto, Iulio Agrippae, Blitio Catulino, Petronio Prisco, Iulio Altino, velut in agmen et numerum, Aegaei maris insulae permittuntur. At Ca[e]dicia uxor Scaevini et Caesennius Maximus Italia prohibentur, reos fuisse se tantum poena experti. Acilia mater Annaei Lucani sine absolutione, sine supplicio dissimulata.

Traduzione all'italiano


Piena intanto la città di funerali e il Campidoglio di vittime: chi aveva avuto ucciso il figlio o il fratello o un parente o un amico, eccolo rendere grazie agli dèi, ornare la casa di alloro, gettarsi alle ginocchia di Cesare e coprirgli la destra di baci. Ed egli, credendoli segni di gioia, premia con l'impunità le sollecite delazioni di Antonio Natale e Cervario Proculo. Milico, reso ricco dalle ricompense, assunse, nella forma greca del vocabolo, il nome di "salvatore". Fra i tribuni, Gavio Silvano, anche se assolto, si uccise; Stazio Prossimo guastò con una morte inutile il perdono avuto dall'imperatore. Furono poi destituiti dalla carica di tribuno... Pompeo, Cornelio Marziale, Flavio Nepote, Stazio Domizio, perché, pur non odiando il principe, avevano la reputazione di farlo. Si videro comminare l'esilio Novio Prisco, per l'amicizia con Seneca, e Glizio Gallo insieme ad Annio Pollione solo per sospetti e non in base a prove concrete. La moglie di Prisco, Artoria Flaccilla, accompagnò il marito nell'esilio, e così quella di Gallo, Egnazia Massimilla: aveva quest'ultima grandi ricchezze, che le furono prima lasciate e poi tolte, circostanze che, nell'uno e nell'altro caso, accrebbero la sua gloria. Viene cacciato in esilio anche Rufrio Crispino, col pretesto della congiura ma perché inviso a Nerone, in quanto, tempo prima, aveva avuto in matrimonio Poppea. Il prestigio del loro nome valse l'esilio a Verginio Flavo e Musonio Rufo: Verginio, infatti, affascinava i giovani con l'eloquenza, Musonio coi precetti della filosofia. Cluvidieno Quieto, Giulio Agrippa, Blizio Catulino, Petronio Prisco, Giulio Altino, furono liberi di raggiungere, come in schiera e per far numero, le isole del mar Egeo. La moglie di Scevino, Cedicia, e Cesennio Massimo ebbero il divieto di risiedere in Italia: solo dalla pena appresero d'essere stati accusati. Acilia, madre di Anneo Lucano, rimasta senza assoluzione né condanna, la si volle dimenticare.