Traduzione di Paragrafo 62-63, Libro 15 di Tacito

Versione originale in latino


62. [1] Ille interritus poscit testamenti tabulas; ac denegante centurione conversus ad amicos, quando meritis eorum referre gratiam prohiberetur, quod unum iam et tamen pulcherrimum habeat, imaginem vitae suae relinquere testatur, cuius si memores essent, bonarum artium famam fructum constantis amicitiae laturos. [2] Simul lacrimas eorum modo sermone, modo intentior in modum coercentis ad firmitudinem revocat, rogitans ubi praecepta sapientiae, ubi tot per annos meditata ratio adversum imminentia? cui enim ignaram fuisse saevitiam Neronis? Neque aliud superesse post matrem fratremque interfectos quam ut educatoris praeceptorisque necem adiceret.
63. [1] Ubi haec atque talia velut in commune disseruit, complectitur uxorem et paululum adversus praesentem fortitudinem mollitus rogat oratque temperaret dolori neu aeternum susciperet, sed in contemplatione vitae per virtutem actae desiderium mariti solaciis honestis toleraret. Illa contra sibi quoque destinatam mortem adseverat manumque percussoris exposcit. [2] Tum Seneca gloriae eius non adversus, simul amore, ne sibi unice dilectam ad iniurias relinqueret, «vitae» inquit «delenimenta monstraveram tibi, tu mortis decus mavis: non invidebo exemplo. sit huius tam fortis exitus constantia penes utrosque par, claritudinis plus in tuo fine». Post quae eodem ictu brachia ferro exolvunt. [3] Seneca, quoniam senile corpus et parco victu tenuatum lenta effugia sanguini praebebat, crurum quoque et poplitum venas abrumpit; saevisque cruciatibus defessus, ne dolore suo animum uxoris infringeret atque ipse visendo eius tormenta ad impatientiam delaberetur, suadet in aliud cubiculum abscedere. et novissimo quoque momento suppeditante eloquentia advocatis scriptoribus pleraque tradidit, quae in vulgus edita eius verbis invertere supersedeo.

Traduzione all'italiano


62,1 Quello impavido chiede le tavolette del testamento; e poiché il centurione le negava, rivolto agli amici, poiché gli era proibito di ringraziarmi per i loro meriti, dichiarò di lasciare l'unica cosa e tuttavia assai preziosa che aveva, l'esempio della sua vita di cui, se avessero conservato il ricordo, avrebbero ottenuto la fama derivata dai suoi meriti, come ricompensa di una devota amicizia.

62,2 Contemporaneamente frena le loro lacrime, ora con la conversazione, ora più severo al modo di colui che richiama la fermezza chiedendo dove fossero i precetti della filosofia, dove il sistema per tanti anni meditato, contro i pericoli incombenti. A chi era infatti ignota la crudeltà di Nerone? E non rimaneva nient'altro dopo l'uccisione della madre e del fratello, che aggiungere la morte del suo educatore e maestro.

63,1 Quand'ebbe discusso queste cose e altri simili in tono generale, abbracciò la moglie e, un po' intenerito di fronte alla sorte presente, la pregò caldamente che temperasse il dolore e non lo soffrisse in eterno, ma tollerasse il rimpianto del marito con decoroso conforto nel ricordo di una vita vissuta nella virtù. Quella al contrario afferma di essere anch'essa decisa alla morte e richiede la mano del carnefice.

63,2 Allora Seneca non avverso alla sua gloria e nello stesso tempo per amore, per non abbandonare alla vendetta colei che amava moltissimo disse "Ti avevo mostrato i conforti della vita, tu preferisci l'onore della morte: non ti distoglierò dal tuo atto esemplare. Ammettiamo pure che il coraggio di questa fine tanto intrepida sia per entrambi pari, nella tua morte ci sarà uno splendore maggiore". Dopo queste parole con un solo colpo si tagliano le vene delle braccia. Seneca, poiché il suo corpo invecchiato e indebolito dalla scarsa alimentazione consentiva al sangue una lenta uscita, si recise anche le vene delle gambe e ginocchia; e stremato per le crudeli sofferenze, per non fiaccare il coraggio della moglie col suo dolore e non lasciarsi andare lui stesso con un atto di debolezza col vedere le sofferenze di lei, la persuade ad andare in un'altra stanza. E anche nel momento estremo, non essendo venuta meno l'eloquenza, convocati gli scrivani, dettò molte pagine che, divulgate, tralascio di riferire con altre parole.