Traduzione di Paragrafo 61, Libro 15 di Tacito

Versione originale in latino


Seneca missum ad se Natalem conquestumque nomine Pisonis, quod a visendo eo prohiberetur, seque rationem valetudinis et amorem quietis excusavisse respondit. Cur salutem privati hominis incolumitati suae anteferret, causam non habuisse; nec sibi promptum in adulationes ingenium. Idque nulli magis gnarum quam Neroni, qui saepius libertatem Senecae quam servitium expertus esset. Ubi haec a tribuno relata sunit Poppaea et Tigellino coram, quod erat saevienti principi intimum consiliorum, interrogat an Seneca voluntariam mortem pararet. Tum tribunus nulla pavoris signa, nihil triste in verbis eius aut vultu deprensum confirmavit. Ergo regredi et indicere mortem iubetur. Tradit Fabius Rusticus non eo quo venerat intinere redi[sse] t[ribun]um, sed flexisse ad Faenium praefectum et expositis Caesaris iussis an obtemperaret interrogavisse, monitumque ab eo ut exsequeretur, fatali omnium ignavia. Nam et Silvanus inter coniuratos erat augebatque scelera, in quorum ultionem consenserat. Voci tamen et adspectui pepercit intromisitque ad Senecam unum ex centurionibus, qui necessitatem ultimam denuntiaret.

Traduzione all'italiano


Seneca rispose che gli avevano inviato Natale a dolersi, a nome di Pisone, del suo rifiuto di riceverlo e che s'era giustificato adducendo motivi di salute e l'amore per la tranquillità. Non aveva del resto motivo alcuno per anteporre la sicurezza di un privato alla propria incolumità. E non era per natura incline all'adulazione: cosa che nessuno sapeva meglio di Nerone, il quale aveva più spesso avuto prove da Seneca del suo senso di libertà che del suo servilismo. Quando il tribuno riferì questa risposta - erano presenti Poppea e Tigellino, i più intimi consiglieri del principe, in fatto di crudeltà - gli chiede Nerone se Seneca si stava preparando a una morte volontaria. Allora il tribuno riferì di non aver colto nelle sue parole o nel suo volto segno alcuno di paura o di rassegnata tristezza. Ricevette quindi l'ordine di tornare indietro e intimargli la morte. Fabio Rustico narra che non seguì lo stesso percorso da cui era venuto, ma deviò per recarsi dal prefetto Fenio e, dopo aver riferito l'ordine di Cesare, gli chiese se dovesse eseguirlo; Fenio lo esortò a procedere, preda anche lui della fatale viltà di tutti. Infatti anche Silvano era tra i congiurati, e contribuiva ad aumentare quei delitti, per vendicare i quali aveva cospirato. Non seppe però affrontare la voce e lo sguardo di Seneca: fece entrare un centurione ad annunciargli la prova suprema.