Traduzione di Paragrafo 58, Libro 15 di Tacito

Versione originale in latino


Non enim omittebant Lucanus quoque et Senecio et Quintianus passim conscios edere, magis magisque pavido Nerone, quamquam multiplicatis excubiis semet saepsisset. Quin et urbem per manipulos occupatis moenibus, insesso etiam mari et amne, velut in custodiam dedit. Volitabantque per fora, per domos, rura quoque et proxima municipiorum pedites equitesque, permixti Germanis, quibus fidebat princeps quasi externis. Continua hinc et vincta agmina trahi ac foribus hortorum adiacere. Atque ubi dicendam ad causam introissent, [non stud]ia tantum erga coniuratos, sed fortuitus sermo et subiti occursus, si convivium, si spectaculum simul inissent, pro crimine accipi, cum super Neronis ac Tigellini saevas percunctationes Faenius quoque Rufus violenter urgueret, nondum ab indicibus nominatus et quo fidem inscitiae pararet, atrox adversus socios. Idem Subrio Flavo adsistenti adnuentique, an inter ipsam cognitionem destringeret gladium caedemque patraret, renuit infregitque impetum iam manum ad capulum referentis.

Traduzione all'italiano


Infatti neppure un Lucano, un Senecione o un Quinziano cessavano di fare i nomi dei complici, uno dopo l'altro, mentre col passare del tempo il terrore di Nerone ingigantiva, benché si fosse trincerato dietro le sue guardie, moltiplicate di numero. E non basta: mise, si può dire, la città stessa in prigione, con le mura occupate da manipoli e col litorale e il fiume tenuti anch'essi sotto controllo. Per le piazze, per le case e anche nelle campagne e nei municipi vicini scorrazzavano fanti e cavalieri, mescolati ai Germani, dei quali il principe, perché stranieri, si fidava. Era una processione continua di gente trascinata in catene e addossata agli ingressi dei giardini. Una volta introdotti, per lo svolgimento del processo, si vedevano imputare come colpa non solo la simpatia dimostrata verso i congiurati, ma discorsi casuali e fuggevoli incontri, oppure la presenza contemporanea a un banchetto o a uno spettacolo; mentre, oltre agli spietati interrogatori di Nerone e Tigellino, imperversava durissimo anche Fenio Rufo, ancora non nominato dai delatori e implacabile verso i compagni, per dar credito alla sua estraneità. Proprio lui, a Subrio Flavo, che gli sedeva di fronte e gli chiedeva a cenni, se dovesse, in piena istruttoria, impugnare la spada e compiere l'uccisione voluta, fece cenno di no e fermò il gesto del complice, che già portava la mano all'impugnatura della spada.