Traduzione di Paragrafo 5, Libro 15 di Tacito

Versione originale in latino


Corbulo tamen, quamvis secundis rebus suis, moderandum fortunae ratus misit ad Vologaesen, qui expostularent vim provinciae inlatam: socium amicumque regem, cohortes Romanas circumsederi. Omitteret potius obsidionem, aut se quoque in agro hostili castra positurum. Casperius centurio in eam leg[at]ionem delectus apud oppidum Nisibin, septem et triginta milibus passuum a Tigranocerta distantem, adit regem et mandata ferociter edidit. Vologaesi vetus et penitus infixum erat arma romana vitandi, nec praesentia prospere fluebant. Inritum obsidium, tutus manu et copiis Tigranes, fugati qui expugnationem sumpserant, missae in Armeniam legiones, et alia pro Syria paratae ultro inrumpere; sibi imbecillum equitem pabuli inopia; nam exorta vi locustarum aberat quicquid herbidum aut frondosum. Igitur metu abstruso mitiora obtendens, missurum ad imperatorem Romanum legatos super petenda Armenia et firmanda pace respondet; Mon[a]esen omittere Tigranocertam iubet, ipse retro concedit.

Traduzione all'italiano


Corbulone tuttavia ritenne, nonostante i successi, di non forzare la fortuna e mandò un messo a Vologese per chiedere ragione dell'attacco subìto in una zona sotto controllo romano. Lamentava che un re alleato e amico e coorti romane subissero un assedio: o lo si toglieva o anche lui avrebbe invaso il territorio nemico. Il centurione Casperio, scelto per quella missione, incontrò il re presso la città di Nisibi, distante trentasette miglia da Tigranocerta, e gli comunicò con fiera durezza il messaggio. Proposito non nuovo e convinto di Vologese era di evitare lo scontro coi Romani, e del resto, al presente, le cose non filavano lisce per lui: un assedio andato a vuoto, Tigrane al sicuro con armi e viveri, la rotta di quanti avevano tentato di espugnare la città, l'invio di legioni in Armenia e altre, ai confini della Siria, pronte all'invasione; da parte sua, una cavalleria indebolita da mancanza di foraggio, perché un'invasione di cavallette aveva distrutto ogni filo d'erba e ogni fronda. Nascondendo dunque le preoccupazioni e ostentando intenzioni concilianti, risponde che avrebbe inviato ambasciatori all'imperatore romano, per le sue pretese sull'Armenia e per consolidare la pace; ordina a Monese di abbandonare Tigranocerta, ed egli stesso ripiega.