Traduzione di Paragrafo 45, Libro 15 di Tacito

Versione originale in latino


Interea conferendis pecuniis pervastata Italia, provinciae eversae sociique populi et quae civitatium liberae vocantur. Inque eam praedam etiam dii cessere, spoliatis in urbe templis egestoque auro, quod triumphis, quod votis omnis populi Romani aetas prospere aut in metu sacraverat. Enimvero per Asiam atque Achaiam non dona tantum, sed simulacra numinum abripiebatur, missis in eas provincias Acrato et Secundo Carrinate. Ille libertus cuicumque flagitio promptus, hic Graeca doctrina ore tenus exercitus animum bonis artibus non imbuerat. Ferebatur Seneca, quo invidiam sacrilegii a semet averteret, longinqui ruris secessum oravisse, et postquam non concedebatur, ficta valetudine, quasi aeger nervis, cubiculum non egressus. Tradidere quidam venenum ei per libertum ipsius, cui nomen Cleonicus, paratum iussu Neronis vitatumque a Seneca proditione liberti seu propria formidine, dum per simplice[m] victu[m] et agrestibus pomis, ac si sitis admoneret, profluente aqua vitam tolerat.

Traduzione all'italiano


Intanto, per accumulare denaro, fu saccheggiata da cima a fondo l'Italia e vennero spremute le province, gli alleati del popolo e le città che si dicevano libere. Furono fatti oggetto di tali ruberie anche gli dèi: Roma vide i suoi templi spogliati e confiscato l'oro, che in ogni età il popolo romano, in seguito a vittorie o nei momenti di pericolo, aveva loro consacrato coi trionfi e con le sue preghiere. In Asia e in Acaia, poi, si rapinavano non solo i doni, ma le statue degli dèi, da quando erano stati inviati in quelle province Acrato e Secondo Carrinate: il primo era un liberto rotto a qualsiasi infamia, l'altro era esperto, solo però a parole, di filosofia greca, ma aveva l'animo impermeabile a qualsiasi virtù. Si diceva che Seneca, per allontanare da sé il sospetto di essere coinvolto in simili sacrilegi, avesse chiesto il permesso di ritirarsi lontano, in campagna, e che, di fronte al rifiuto, fingendosi malato, come se fosse vittima di disturbi nervosi, si fosse rinchiuso in camera, senza più uscire. Secondo la versione di alcuni, gli sarebbe stato preparato, su ordine di Nerone, il veleno, per mano di un liberto di nome Cleonico, ma Seneca l'avrebbe evitato, o dietro segnalazione del liberto o grazie alla paura che nutriva, tant'è vero che campava di cibi semplicissimi e frutti selvatici e, sotto gli stimoli della sete, di acqua corrente.