Traduzione di Paragrafo 18, Libro 15 di Tacito

Versione originale in latino


At Romae tropaea de Parthis arcusque medio Capitolini montis sistebantur, decreta ab senatu integro adhuc bello neque tum omissa, dum adspectui consulitur spreta conscientia. Quin et dissimulandis rerum externarum curis Nero frumentum plebis vetustate corruptum in Tiberim iecit, quo securitatem annonae sustentaret. Cuius pretio nihil additum est, quamvis ducentas ferme naves portu in ipso violentia tempestatis et centum alias Tiberi subvectas fortuitus ignis absumpsisset. Tres dein consulares, L. Pisonem, Ducenium Geminum, Pompeium Paulinum vectigalibus publicis praeposuit, cum insectatione priorum principum, qui gravitate sumptuum iustos reditus anteissent: se annuum sexcenties sestertium rei publicae largiri.

Traduzione all'italiano


A Roma intanto si ergevano trofei per la vittoria sui Parti e un arco in mezzo al colle Capitolino. Li aveva decretati il senato quando la guerra coi Parti era ancora in corso, e poi non li aveva sospesi, attento com'era alle apparenze e rifiutando un confronto serio con la realtà. Anzi, per dissimulare le preoccupazioni per la politica estera, Nerone fece gettare nel Tevere il frumento destinato alla plebe, ch'era vecchio e deteriorato: non voleva creare ansie circa i rifornimenti di grano. E il suo prezzo fu mantenuto invariato, benché circa duecento navi si fossero perdute, nel porto di Ostia, per la violenza di una tempesta e cento altre fossero andate distrutte, per un incendio fortuito, dopo aver risalito il Tevere. Prepose, poi, alla riscossione delle imposte tre ex consoli, Lucio Pisone, Ducenio Gemino e Pompeo Paolino, criticando gli imperatori precedenti che, per fronteggiare le enormi spese, avevano superato i limiti normali delle entrate, mentre lui versava allo stato sessanta milioni di sesterzi all'anno.