Traduzione di Paragrafo 1, Libro 15 di Tacito

Versione originale in latino


Interea rex Parthorum Vologaeses, cognitis Corbulonis rebus regemque alienigenam Tigranen Armeniae impositum, simul fratre Tiridate pulso spretum Arsacidarum fastigium ire ultum volens, magnitudine rursum Romana et continui foederis reverentia diversas ad curas trahebatur, cunctator ingenio et defectione Hyrcanorum, gentis validae, multisque ex eo bellis inligatus. Atque illum ambiguum novus insuper nuntius contumeliae exstimulat: quippe egressus Armenia Tigranes Adiabenos, conterminam nationem, latius ac diutius quam per latrocinia vastaverat, idque primores gentium aegre tolerabant: eo contemptionis descensum, ut ne duce quidem Romano incursarentur, sed temeritate obsidis tot per annos inter mancipia habiti. Accendebat dolorem eorum Monobazus, quem penes Adiabenum regimen, quod praesidium aut unde peteret rogitans: iam de Armenia concessum, proxima trahi; et nisi defendant Parthi, levius servitium apud Romanos deditis quam captis esse. Tiridates quoque, regni profugus, per silentium aut modice querendo gravior erat: non enim ignavia magna imperia contineri; virorum armorumque faciendum certamen; id in summa fortuna aequius quod validus, et sua retinere privatae domus, de alienis certare regiam laudem esse.

Traduzione all'italiano


Frattanto il re dei Parti Vologese, informato dei successi di Corbulone e dell'imposizione in Armenia del re straniero Tigrane, benché fosse desideroso di vendicare l'insulto recato alla potenza degli Arsacidi con la cacciata del fratello Tiridate, era, per converso, indotto in opposte apprensioni dalla grandezza di Roma e dal rispetto imposto da una continua alleanza, senza contare la sua natura esitante e l'intralcio prodotto dalla defezione di un popolo potente, gli Ircani, e dalle molteplici guerre derivatene. A scuoterlo dalla sua incertezza, giunse la notizia di una nuova provocazione: Tigrane, uscito dall'Armenia, aveva sottoposto a saccheggi il popolo confinante degli Adiabeni, con azioni troppo profonde e prolungate per essere considerate semplici razzie, e i capi delle popolazioni legate ai Parti mordevano il freno: erano evidentemente così scaduti nella considerazione da subire incursioni non a opera di un comandante romano, ma grazie all'impudenza di un ostaggio tenuto a Roma per tanti anni in conto di schiavo. Attizzava il loro risentimento Monobazo, il re in carica tra gli Adiabeni, con le sue domande su quale aiuto cercare e dove: avevano già sgombrato l'Armenia e adesso era la volta delle regioni vicine; se non intervenivano i Parti a difenderli, meglio la schiavitù dopo la resa che dopo la cattura. E Tiridate, profugo anch'egli dal regno, faceva ancor più pesare la sua presenza col silenzio o in contenute recriminazioni: i grandi imperi non si tengono - sosteneva - con la mancanza di iniziativa; il confronto di uomini in armi è inevitabile; per chi sta al vertice del potere la giustizia coincide con la forza e, se conservare i propri beni dà merito a un privato, contendere per quelli degli altri è la gloria di un re.