Traduzione di Paragrafo 61, Libro 14 di Tacito

Versione originale in latino


Exim laeti Capitolium scandunt deosque tandem venerantur. Effigies Poppaeae proruunt, Octaviae imagines gestant umeris, spargunt floribus foroque ac templis statuunt. Itur etiam in principis laudes, repetitum [certamen] venerantium. Iamque et Palatium multitudine et clamoribus complebant, cum emissi militum globi verberibus et intento ferro turbatos disiecere. Mutataque quae per seditionem verterant, et Poppaeae honos repositus est. Quae semper odio, tum et metu atrox, ne aut vulgi acrior vis ingrueret aut Nero inclinatione populi mutaretur, provoluta genibus eius: non eo loci res suas agi, ut de matrimonio certet, quamquam id sibi vita potius, sed vitam ipsam in extremum adductam a clientelis et servitiis Octaviae, quae plebis sibi nomen indiderint, ea in pace ausi, quae vix bello evenirent. Arma illa adversus principem sumpta; ducem tantum defuisse, qui motis rebus facile reperiretur: omitteret modo Campaniam et in urbem ipsa pergeret, ad cuius nutum absentis tumultus cierentur. Quod alioquin suum delictum? Quam cuiusquam offensionem? An quia veram progeniem penatibus Caesarum datura sit? Malle populum Romanum tibicinis Aegyptii subolem imperatorio fastigio induci? Denique, si id rebus conducat, libens quam coactus acciret dominam, vel consuleret securitati. Iusta ultione et modicis remediis primos motus consedisse: at si desperent uxorem Neronis fore Octaviam, illi maritum daturos.

Traduzione all'italiano


Salirono subito festanti in Campidoglio a ringraziare finalmente gli dèi. Rovesciano le statue di Poppea; portano sulle spalle le immagini di Ottavia, le coprono di fiori e le depongono nel foro e nei templi. Si levano, nello strepito di chi manifesta devozione, perfino lodi al principe. E già una folla urlante riempiva il palazzo, quando uscirono gruppi di soldati con gli staffili e con le armi puntate a scompigliare i turbolenti e a disperderli. Venne ancora capovolta la situazione, prima rovesciata dalle manifestazioni, e furono rimesse al loro posto le statue in onore di Poppea. La quale, sempre spietata nel suo odio, e allora resa tale anche dalla paura che i disordini popolari divampassero più violenti o che Nerone cambiasse parere secondo l'inclinazione del popolo, gli si buttò alle ginocchia: non erano adesso in gioco sue questioni private, non si trattava cioè di lottare per il suo matrimonio, per quanto a lei caro più della vita, ma era minacciata la sua stessa esistenza per colpa dei clienti e degli schiavi di Ottavia che, facendosi passare per popolo, avevano, in tempo di pace, osato ciò che difficilmente si verifica in guerra. Quelle armi - diceva - erano state rivolte contro il principe; era mancato, per ora, solo un capo, che però, in caso di torbidi, non si tarda a trovare: bastava che lasciasse la Campania e venisse a Roma quella donna che, pur da lontano, aveva, con un cenno, dato il via ai tumulti. Del resto, che torti aveva lei, Poppea? Chi mai aveva offeso? O era colpevole perché stava per dare una legittima prole alla casa dei Cesari? Preferiva forse il popolo romano che al soglio imperiale salisse il figlio di un flautista egiziano? Comunque, se questa era la soluzione migliore, richiamasse liberamente, e non perché costretto, la padrona, o altrimenti provvedesse alla incolumità di Poppea. Con una giusta repressione e con un modesto impiego di mezzi s'erano calmati i primi disordini: se però avessero perduto la speranza che Ottavia fosse la moglie di Nerone, le avrebbero dato un altro marito.