Traduzione di Paragrafo 57, Libro 14 di Tacito

Versione originale in latino


Perculso Seneca promptum fuit Rufum Faenium imminuere Agrippinae amicitiam in eo criminantibus. Validiorque in dies Tigellinus et malas artes, quibus solis pollebat, gratiores ratus, si principem societate scelerum obstringeret, metus eius rimatur; compertoque Plautum et Sullam maxime timeri, Plautum in Asiam, Sullam in Galliam Narbonensem nuper amotos, nobilitatem eorum et propinquos huic Orientis, illi Germaniae exercitus commemorat. Non se, ut Burrum, diversas spes, sed solam incolumitatem Neronis spectare; cui caveri utcumque ab urbanis insidiis praesenti o[pe]ra: longinquos motus quonam modo comprimi posse? Erectas Gallias ad nomen dictatorium, nec minus suspensos Asiae populos claritudine avi Drusi. Sullam inopem, unde praecipuam audaciam, et simulatione segnitiae, dum temeritati locum reperiret. Plautum magnis opibus ne fingere quidem cupidinem otii, sed veterum Romanorum imitamenta praeferre, adsumpta etiam Stoicorum adrogantia sectaque, quae turbidos et negotiorum adpetentes faciat. Nec ultra mora. Sulla sexto die pervectis Massiliam percussoribus ante metum et rumorem interficitur, cum epulandi causa discumberet. Relatum caput eius inlusit Nero tamquam praematura canitie deforme.

Traduzione all'italiano


Colpito Seneca, fu facile sminuire Fenio Rufo, per chi gli imputava l'amicizia con Agrippina. Cresce invece ogni giorno il potere di Tigellino. Consapevole che i suoi biechi metodi, in cui stava la sua unica forza, potevano essere meglio apprezzati, se avesse coinvolto il principe in una complicità di delitti, si mette a spiare le paure di Nerone; e, scoperto che l'oggetto massimo dei suoi timori erano Plauto e Silla, confinati di recente, il primo in Asia, l'altro nella Gallia Narbonense, parla della loro nobiltà, sottolineando che a Plauto erano vicini gli eserciti d'Oriente e a Silla quelli della Germania. Quanto a sé - attestava - non aveva, a differenza di Burro, mire inconciliabili, ma guardava solo all'incolumità di Nerone; a proteggerlo dalle insidie di Roma bastava la sua quotidiana vigilanza; ma come soffocare ribellioni lontane? Al nome di Silla, ch'era quello di un dittatore, le Gallie erano in fermento e non meno all'erta erano i popoli d'Asia per la fama di Druso, avo di Plauto. Silla era povero, fonte questa di sconfinata audacia, e si fingeva pigro in attesa dell'occasione per un gesto temerario. E Plauto, con le sue grandi ricchezze, non fingeva neppure il desiderio di una vita appartata, ma si piccava di imitare i Romani antichi, con in più la protervia degli Stoici, una setta che rendeva gli uomini sediziosi e intriganti sul piano politico. Non si indugiò oltre. Giunsero, nel giro di sei giorni, a Marsiglia i sicari e, prima che Silla ne avesse notizia o potesse temerli, fu ucciso mentre sedeva a banchetto. Quando gli fu recata la testa, Nerone la derise, perché imbruttita da una precoce canizie.