Traduzione di Paragrafo 48, Libro 14 di Tacito

Versione originale in latino


P. Mario L. Afinio consulibus Antistius praetor, quem in tribunatu plebis licenter egisse memoravi probrosa adversus principem carmina factitavit vulgavitque celebri convivio, dum apud Ostorium Scapulam epulatur. Exim a Cossutiano Capitone, qui nuper senatorium ordinem precibus Tigellini soceri sui receperat, maiestatis delatus est. Tum primum revocata ea lex; credebaturque haud perinde exitium Antistio quam imperatori gloriam quaesit[tam], ut condemnatum a senatu intercessione tribunicia morti eximeret. Et cum Ostorius nihil audivisse pro testimonio dixisset, adversis testibus creditum; censuitque Iunius Marullus consul designatus adimendam reo praeturam necandumque more maiorum. Ceteris inde adsentientibus, Paetus Thrasea, multo cum honore Caesaris et acerrime increpito Antistio, non quicquid nocens reus pati mereretur, id egregio sub principe et nulla necessitate obstricto senatui statuendum disseruit. Carnificem et laqueum pridem abolita, et esse poenas legibus constitutas, quibus sine iudicum saevitia et temporum infamia supplicia decernerentur. Quin in insula publicatis bonis, quo longius sontem vitam traxisset, eo privatim miserior[em] et publicae clementiae maximum exemplum futurum.

Traduzione all'italiano


[62 d.C.]. Sotto il consolato di Publio Mario e Lucio Afinio, il pretore Antistio, di cui ho già ricordato le scorrette iniziative durante il tribunato della plebe, compose versi ingiuriosi nei confronti del principe e diede loro pubblicità nel corso di un affollato banchetto in casa di Ostorio Scapola. Venne quindi denunciato per lesa maestà da Cossuziano Capitone, da poco riammesso in senato per intercessione del suocero Tigellino. In quell'occasione fu richiamata in vigore per la prima volta quella legge. Si credeva che l'iniziativa fosse volta non già a liquidare Antistio, bensì a offrire all'imperatore la gloria di sottrarre alla morte, con l'intercessione tribunizia, una persona condannata dal senato. E, benché Ostorio, citato come testimone, avesse dichiarato di non aver udito nulla, si diede credito ai testimoni d'accusa. Il console designato Giunio Marullo propose di togliere all'imputato la pretura e di giustiziarlo secondo l'uso degli avi. Concordavano gli altri, ma, a questo punto, Peto Trasea, premesse parole di grande rispetto per il principe e di aspra condanna per Antistio, svolse la tesi che, sotto un principe eccellente e da parte di un senato non costretto da alcuna necessità, non bisognava infliggere all'imputato tale pena, qualsiasi colpa avesse commesso per meritarla: il carnefice e il capestro li avevano aboliti da tempo ed esistevano pene, assolutamente legali, applicabili senza taccia di crudeltà per i giudici e di infamia per i tempi. Anzi, relegato in un'isola, dopo la confisca dei beni, quanto più a lungo avesse trascinato la sua colpevole vita, tanto più avrebbe misurato la propria personale miseria, fornendo anche un esempio straordinario di pubblica clemenza.