Traduzione di Paragrafo 31, Libro 14 di Tacito

Versione originale in latino


Rex Icenorum Prasutagus, longa opulentia clarus, Caesarem heredem duasque filias scripserat, tali obsequio ratus regnumque et domum suam procul iniuria fore. Quod contra vertit, adeo ut regnum per centuriones, domus per servos velut capta vastarentur. Iam primum uxor eius Boudicca verberibus adfecta et filiae stupro violatae sunt; praecipui quique Icenorum, quasi cunctam regionem muneri accepissent, avitis bonis exuuntur, et propinqui regis inter mancipia habebantur. Qua contumelia et metu graviorum, quando in formam provinciae cesserant, rapiunt arma, commotis ad rebellationem Trinovantibus et qui alii nondum servitio fracti resumere libertatem occultis coniurationibus pepigerant, acerrimo in veteranos odio. Quippe in coloniam Camulodunum recens deducti pellebant domibus, exturbabant agris, captivos, servos appellando, foventibus impotentiam veteranorum militibus similitudine vitae et spe eiusdem licentiae. Ad hoc templum divo Claudio constitutum quasi arx aeternae dominationibus adspiciebatur, delectique sacerdotes specie religionis omnes fortunas effundebant. Nec arduum videbatur exscindere coloniam nullis munimentis saeptam; quod ducibus nostris parum provisum erat, dum amoenitati prius quam usui consulitur.

Traduzione all'italiano


Il re degli Iceni, Prasutago, celebre per la sua lunga prosperità, aveva lasciato erede Cesare e le due figlie, pensando, con tale gesto, di preservare il regno e la sua casa da ogni offesa.Accadde invece l'opposto: il regno fu depredato dai centurioni e la casa dai servi, quasi fossero preda di guerra. Per cominciare, sua moglie Boudicca venne fustigata e le figlie violentate; e i notabili Iceni, come se i Romani avessero ricevuto tutta la regione in dono, vengono spogliati dei loro aviti possedimenti, e i parenti del re erano tenuti in condizione di schiavi. Per questi oltraggi e nel timore di peggiori, poiché s'eran trovati a essere una sorta di provincia, afferrano le armi, dopo aver incitato alla rivolta i Trinovanti e quant'altri, non ancora piegati alla schiavitù, avevano giurato, in intese segrete, di riconquistare la libertà. L'odio più cupo era contro i veterani, perché, inviati da poco come coloni a Camuloduno, li cacciavano dalle case, li espropriavano dei campi, chiamandoli "prigionieri" e "schiavi", spalleggiati in questo loro arbitrio dai soldati, che vedevano simile il proprio destino e speravano altrettanta impunità. Oltre a ciò, il tempio innalzato al divo Claudio era lì sotto i loro occhi come la cittadella di una dominazione perenne, e i sacerdoti scelti per il culto dovevano, con quel pretesto, profondervi tutte le loro sostanze. Né d'altra parte sembrava difficile abbattere una colonia non protetta da nessun tipo di difesa, perché i nostri generali, pensando più al bello che alla sicurezza, s'erano dimostrati assai poco previdenti.