Traduzione di Paragrafo 21, Libro 14 di Tacito

Versione originale in latino


Pluribus ipsa licentia placebat, ac tamen honesta nomina praetendebant. Maiores quoque non abhorruisse spectaculorum oblectamentis pro fortuna, quae tu[m] erat, eoque a Tuscis accitos histriones, a Thuriis equorum certamina; et possessa Achaia Asiaque ludos curatius editos, nec quemquam Romae honesto loco ortum ad theatrales artes degeneravisse, ducentis iam annis a L. Mummi triumpho, qui primus id genus spectaculi in urbe praebuerit. Sed et consultum parsimoniae, quod perpetua sedes theatro locata sit potius, quam immenso sumptu singulos per annos consurgeret ac [de]strueretur. Nec perinde magistratus rem familiarem exhausturos aut populo efflagitandi Graeca certamina [a] magistratibus causam fore, cum eo sumptu res publica fungatur.
Oratorum ac vatum victorias incitamentum ingeniis adlaturas; nec cuiquam iudici grave aures studiis honestis et voluptatibus concessis impertire. Laetitiae magis quam lasciviae dari paucas totius quinquennii noctes, quibus tanta luce ignium nihil inlicitum occultari queat. Sane nullo insigni dehonestamento id spectaculum trans[ii]t. Ac ne modica quidem studia plebis exarsere, quid redditi quamquam scaenae pantomimi certaminibus sacris prohibebantur. Eloquentiae primas nemo tulit, sed victorem esse Caesarem pronuntiatum. Graeci amictus, quis per eos dies plerique incesserant, tum exoleverunt.

Traduzione all'italiano


Proprio questa licenza faceva piacere ai più, ma tuttavia cercavano di mascherarla con pretesti onorevoli.Neppure gli antichi - ecco l'argomento - avevano avversato, in rapporto alle condizioni di allora, lo svago degli spettacoli e avevano fatto venire gli istrioni dall'Etruria, importato le corse dei cavalli da Turi; dopo la conquista dell'Acaia e dell'Asia, avevano allestito, con maggiore raffinatezza, i giochi, anche se nessuno a Roma, di famiglia illustre, s'era mai abbassato a fare l'attore, nei duecento anni seguiti al trionfo di Lucio Mummio, che fu il primo a offrire a Roma questo genere di spettacoli. Si era anzi badato al risparmio, costruendo per il teatro una sede fissa, invece che erigere e abbattere costruzioni ogni anno, con spese enormi. E gli edili, poi, non avrebbero più consumato il loro patrimonio, né il popolo avrebbe ancora avuto ragione di insistere per avere giochi greci dai magistrati, se lo stato faceva fronte alle spese. Le vittorie di oratori e poeti non potevano che servire da stimolo agli ingegni, e per nessun giudice sarebbe stato un disonore prestare orecchio a occupazioni oneste e a piaceri leciti. In fondo, in tutto un quinquennio, si consacravano alla gioia più che all'incontinenza solo poche notti, in cui, nello sfarzo di tante luci, nulla di illecito si poteva nascondere. In effetti, quello spettacolo si svolse senza scandali sensazionali, e non vi furono esplosioni, neppure modeste, di tifo popolare, perché, se i pantomimi poterono tornare sulla scena, non erano ammessi ai giochi sacri. Nell'eloquenza nessuno riportò la vittoria, ma fu proclamato vincitore Cesare. E i vestiti greci, che in quei giorni moltissimi avevano indossato, passarono subito di moda.