Traduzione di Paragrafo 20, Libro 14 di Tacito

Versione originale in latino


Nerone quartum Cornelio Cosso consulibus quinquennale ludicrum Romae institutum est ad morum Graeci certaminis, varia fama, ut cunta ferme nova. Quippe erant qui Cn. Quoque Pompeium incusatum a senioribus ferrent, quod mansuram theatri sedem posuisset. Nam antea subitariis gradibus et scaena in tempus structa ludos edi solitos, vel si vetustiora repetas, stantem populum spectavisse, [ne], si consideret theatro, dies totos ignavia continuaret. [ne] spectaculorum quidem antiquitas servaretur, quotiens praetor sederet, nulla cuiquam civium necessitate certandi. Ceterum abolitos paulatim patrios mores funditus everti per accitam lasciviam, ut, quod usquam corrumpi et corrumpere queat, in urbe visatur, degeneretque studiis externis iuventus, gymnasia et otia et turpes amores exercendo, principe et senatu auctoribus, qui non modo licentiam vitiis permiserint, sed vim adhibeant, [ut] proceres Romani specie orationum et carminum scaena polluantur. Quid superesse, nisi ut corpora quoque nudent et caestus adsumant easque pugnas pro militia et armis meditentur? an iustitiam auctum iri et decurias equitum egregium iudicandi munus [melius] expleturos, si fractos sonos et dulcedinem vocum perite audissent? Noctes quoque dedecori adiectas, ne quod tempus pudori relinquatur, sed coetu promisco, quod perditissimus quisque per diem concupiverit, per tenebras audeat.

Traduzione all'italiano


[60 d.C.]. Nell'anno del quarto consolato di Nerone e del collega Cornelio Cosso, furono istituiti a Roma i giochi Quinquennali, sul modello di quelli greci, e con reazioni molto diverse, come quasi sempre avviene per le novità. Alcuni rammentavano che anche Pompeo aveva subìto critiche dai più anziani, per aver dato una sede fissa al teatro. In passato infatti - ricordavano - di solito i giochi erano organizzati con gradinate provvisorie e con una scena eretta solo per l'occasione; e, se si risaliva al tempo antico, il popolo assisteva in piedi, per non consumare nell'ozio giornate intere, standosene comodamente seduto a teatro. Era però bene conservare, negli spettacoli, l'antica usanza, quando essi, organizzati dal pretore, non implicavano l'obbligo, per nessun cittadino, di partecipare a una gara. Purtroppo le patrie consuetudini, decadute poco alla volta, erano stravolte dall'immoralità venuta da altri paesi, sicché era ormai dato vedere a Roma - essi dicevano - quanto, altrove, ha la possibilità di corrompere e di essere corrotto, e i giovani, influenzati da mode straniere, degenerano, tra palestre, sprechi di tempo e turpi amori, e ciò grazie all'esempio del principe e del senato, i quali avevano non solo concesso la licenza ai vizi, ma forzavano le personalità più autorevoli di Roma, col pretesto di recitare prose e versi, a degradarsi sulla scena. Che altro restava se non denudare il corpo, infilare i guantoni da pugile e addestrarsi a quelle lotte, invece che fare il soldato e usare le armi? Forse la giustizia sarebbe stata migliore, e le decurie dei cavalieri avrebbero svolto meglio l'alta funzione di giudici, se avessero ascoltato, da intenditori, musiche leziose e voci effeminate? Anche le notti, per non lasciare spazio alcuno all'onestà, erano state assegnate alla perversione, di modo che, in quella promisquità, i più corrotti osavano compiere, col favor delle tenebre, quanto avevano desiderato durante il giorno.

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